“Diritto” a mentire al pubblico ufficiale durante la pandemia

Non sussiste alcun obbligo giuridico di dire la verità sui fatti oggetto dell’autocertificazione Covid-19 per il privato che si trovi sottoposto a controllo nelle circostanze indicate. È quanto stabilito dalla Cassazione a seguito dei processi instauratisi per false autodichiarazioni.

Da oltre un anno, a causa della pandemia da Covid-19, ci imbattiamo in controlli serrati, limitazioni della libertà di movimento e non solo.

Recentemente, dunque, sono stati notificati i primi decreti penali di condanna per chi ha dichiarato il falso nell’autocertificazione. Hanno solcato le porte dei Tribunali d’Italia i primi casi di attestazione di false dichiarazioni in atto pubblico, rese  al pubblico ufficiale su fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità ai sensi  dell’art. 483 c.p., reato punito con la reclusione fino a due anni. E proprio in questa circostanza sono emersi alcuni chiari limiti applicativi dei Dpcm.

In materia di autocertificazioni e obbligo di dire la verità, il GIP di Milano (dott.ssa Alessandra Del Corvo) ha chiarito, con una pronuncia inaspettata, che per il privato sottoposto a controllo non sussiste alcun obbligo giuridico di dire la verità. Non solo; se quest’obbligo esistesse, sarebbe in netto e palese contrasto con il diritto di difesa.

Ne consegue che «in tutti i casi quale quello in esame – nel quale l’autodichiarazione in ipotesi infedele è resa dal privato all’atto di un controllo casuale sul rispetto della normativa emergenziale – appare difficile stabilire quale sia l’atto del pubblico ufficiale nel quale la dichiarazione infedele sia destinata a confluire con tutte le necessarie e previste conseguenze di legge. Da un lato, infatti, il controllo successivo sulla veridicità di quanto dichiarato dai privati è solo eventuale e non necessario da parte della pubblica amministrazione: pertanto, quanto dichiarato dal singolo all’atto della sottoscrizione dell’autodichiarazione  potrebbe  di fatto restare privo di qualunque conseguenza giuridica;  dall’altro, occorrerebbe ipotizzare che l’atto destinato a provare la verità dei fatti auto-dichiarati e certificati dal privato sia il successivo (eventuale) verbale di contestazione di una sanzione amministrativa o l’atto di contestazione di un addebito di natura penale, come l’atto di ‘informativa ai fini della conoscenza del procedimento’ e il ‘verbale di identificazione e dichiarazione o elezione di domicilio’: in proposito, va rilevato che, nel caso di specie, all’epoca di commissione del fatto contestato all’imputato la violazione delle prescrizioni contenute nel D.P.C.M. dell’8.3.2020 relative al divieto di spostamento fuori dalla propria abitazione o Comune di residenza se non per le comprovate ragioni ivi previste era sanzionata penalmente ai sensi dell’art. 650 c.p.».

Tuttavia – prosegue la sentenza – «appare evidente come non sussista alcun obbligo giuridico, per il privato che si trovi sottoposto a controllo nelle circostanze indicate, di ‘dire la verità’ sui fatti oggetto dell’auto-dichiarazione sottoscritta, proprio perché non è rinvenibile nel sistema una norma giuridica che ricolleghi specifici effetti ad uno specifico atto-documento nel quale la dichiarazione falsa del privato sia in ipotesi inserita dal pubblico ufficiale».

Opinando diversamente, «si dovrebbe concludere ritenendo che il privato sia obbligato a ‘dire il vero’ sui ‘fatti’ oggetto dell’auto-dichiarazione resa pur sapendo che ciò potrebbe comportare la sua sottoposizione ad indagini per la commissione di una condotta avente rilevanza penale o, ancora, il suo assoggettamento a sanzioni amministrative pecuniarie anch’esse parimenti afflittive e punitive. Un simile obbligo di riferire la verità non è previsto da alcuna norma di legge e una sua ipotetica configurazione si porrebbe in palese contrasto con il diritto di difesa del singolo (art. 24 Cost.) e con il principio nemo tenetur se detegere, in quanto il privato, scegliendo legittimamente di mentire per non incorrere in sanzioni penali o amministrative, verrebbe comunque assoggettato a sanzione penale per le false dichiarazioni rese». In breve, nessuno può essere obbligato ad affermare la propria responsabilità penale, in tal modo auto-incriminandosi.

Tale ricostruzione logica-deduttiva sarà un precedente richiamato da altri giudicanti?

Vi terremo aggiornati!Autore: Dott.ssa Elisabetta Postiglione

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Azione di inefficacia ex art. 44 Legge fallimentare: sentenza di fallimento produttiva di effetti a partire dall’ora “zero” e legittimazione passiva

Un Fallimento proponeva ricorso ex art. 702 bis c.p.c., avente ad oggetto l’accertamento della inefficacia – ai sensi della L. Fall., art. 44 – nei confronti della massa dei creditori, dei pagamenti eseguiti dalla società con addebito sui propri conti bancari lo stesso giorno in cui era stata dichiarata fallita, a favore di una Srl.

Il Fallimento chiedeva altresì la condanna della banca alla restituzione della complessiva somma  corrispondente ai pagamenti inefficaci.

Il Tribunale di Torino, con ordinanza ex art. 702 ter c.p.c., rigettava la domanda del Fallimento avendo fornito prova la banca, attraverso la certificazione della CCIAA, che i pagamenti erano stati  eseguiti in orari anteriori a quello in cui la sentenza dichiarativa di fallimento era stata annotata nel registro delle imprese, con efficacia verso i terzi, ai sensi della L. Fall., art. 16, comma 2 e art. 17, comma 2, come sostituiti dal D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5 e dal D.Lgs. 12 settembre 2007n. 169.

La Corte d’appello di Torino, con sentenza, in totale riforma della decisione di prime cure:

– dichiarava inefficaci i pagamenti, applicando il principio giurisprudenziale per cui gli effetti della sentenza dichiarativa di fallimento venivano a prodursi, tanto per le parti quanto per l’opponibilità ai terzi, alla ora “0” dello stesso giorno di deposito della sentenza, interpretazione fornita dalla Corte di legittimità in assenza di espressa disposizione legislativa che attribuisse rilevanza anche all’ora – oltre che alla data – di pubblicazione della sentenza dichiarativa di fallimento, ai sensi dell’art. 133 c.p.c., ovvero all’ora della iscrizione della stessa nel registro delle imprese, ai sensi della L. Fall., art. 17, comma 2 e non sussistendo valide ragioni per diversificare il trattamento delle due ipotesi.
La Suprema Corte di Cassazione, con la recentissima sentenza n. 7477 del 20/03/2020, ha statuito che non vi è ragione di discostarsi dal principio di diritto secondo cui, in mancanza della

prescrizione legale, tra gli elementi di individuazione della data della sentenza dichiarativa di fallimento, anche dell’annotazione della ora in cui la decisione è stata emessa, l’efficacia della sentenza inizia dalla prima ora di quel medesimo giorno (ora zero) e, pertanto, il fallito resta privo dell’amministrazione e della disponibilità dei beni e debbono ritenersi inefficaci gli atti dallo stesso compiuti e i pagamenti a lui effettuati, dal suddetto inizio di quella giornata, indipendentemente dall’ora in cui tali atti siano stati eseguiti.

Prosegue la Corte, “In tema azione di inefficacia ex articolo 44 Legge fallimentare per pagamenti effettuati dal fallito successivamente alla dichiarazione di fallimento, se i pagamenti sono avvenuti tramite bonifico bancario, l’azione dichiarativa dell’inefficacia deve essere rivolta nei riguardi del terzo creditore-accipiens quale unico legittimato passivo, in quanto diretta a privare l’atto giuridico di pagamento dell’effetto estintivo del debito”.

 La banca -delegata (alla quale il fallito ha dato ordine di bonifico) rimane estranea al rapporto obbligatorio tra il fallito e il terzo creditore e non è quindi destinataria né dell’azione di inefficacia, né dell’azione di condanna alla restituzione.

Autore: Avv. Daniele Enrico Paci, LSC Lex

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APPALTI TRA PRIVATI: GARANZIA PER VIZI E DIFETTI E INVOCABILITA’ TEMPORALE

Con una recentissima pronuncia, il Tribunale di Milano (sez. VII , 12/03/2020 , n. 2117) ha espresso il seguente principio: “Nel caso in cui l’appaltatore non abbia portato a termine l’esecuzione dell’opera commissionata, restando inadempiente all’obbligazione assunta con il contratto, la disciplina applicabile nei suoi confronti è quella generale in materia di inadempimento contrattuale, dettata dagli artt. 1453 e 1455 c.c. , mentre la speciale garanzia prevista dagli artt. 1667 e 1668 c.c. trova applicazione nella diversa ipotesi in cui l’opera sia stata portata a termine, ma presenti vizi, difformità o difetti”.

Il caso trae origine da un atto di citazione notificato da una società per sentire accertare il proprio diritto al pagamento del corrispettivo dei lavori di ristrutturazione eseguiti presso le ville di proprietà della convenuta.

La attrice ha dedotto di avere ricevuto l’incarico di eseguire i lavori indicati nel preventivo di massima redatto dalla ditta ed accettato dalla convenuta e di avere eseguito le opere in parte nel 2013 ed in parte nel marzo 2014 quando era stata fatta un’altra trasferta per completare i lavori e per eseguire la bonifica del seminterrato con funzione di vespaio da cui risaliva umidità.

Secondo la prospettazione attorea, la ditta non aveva potuto ultimare i lavori di bonifica per fatto della committente che non aveva consentito l’accesso degli autocarri per il trasporto del materiale.

Si è costituita la convenuta che ha chiesto il rigetto della domanda attorea. In particolare la convenuta ha dedotto che nel corso dei lavori erano sorte varie problematiche circa la buona esecuzione delle opere in quanto la piscina era stata solo rappezzata e non rifatta, vi erano perdite, malfunzionamenti, rotture ed infiltrazioni e persisteva il problema dell’umidità.

Inoltre  ha contestato la contabilità dei lavori prodotta dall’impresa in quanto unilateralmente redatta dalla stessa e non corrispondente al reale avanzamento dei lavori.

In via riconvenzionale, la convenuta ha chiesto l’accertamento della risoluzione del contratto di appalto per inadempimento della convenuta e la condanna della convenuta al risarcimento dei danni derivanti dai vizi dell’opera o in subordine alla riduzione del corrispettivo.

Il risvolto del principio sposato dal Tribunale di Milano, che nel caso di specie ha accolto parzialmente la domanda attorea, non è secondario: in caso di omesso completamento dell’opera, anche se questa, per la parte eseguita, risulti difettosa o difforme, non è comunque consentito, al fine di accertare la responsabilità dell’appaltatore per inesatto adempimento, fare ricorso alla disciplina della garanzia prevista dagli artt. 1667 e 1668 c.c.  che, per l’appunto, richiede necessariamente il totale compimento dell’opera.

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Accertamento negativo del credito bancario e onere probatorio del correntista

La Corte di Cassazione con sentenza n. 7895/20, depositata il 17 aprile, ha stabilito che il correntista, che agisce in giudizio per la ripetizione dell’indebito, deve fornire la prova non solo degli avvenuti pagamenti, ma anche della mancanza, rispetto agli stessi, di una valida “causa debendi”.  

La vicenda. Gli attori agivano in giudizio nei confronti di una banca per accertare e dichiarare che dal 1992 avevano intrattenuto un rapporto di conto corrente con una filiale della stessa; chiedevano la nullità di alcune clausole contrattuali in violazione dell’art. 1283 c.c. con la condanna dell’istituto convenuto alla restituzione delle somme illegittimamente trattenute.

 Mentre il Tribunale rigettava la domanda attorea, la Corte d’Appello, in secondo grado, dichiarava la nullità delle clausole contrattuali relative alla capitalizzazione trimestrale degli interessi e al loro tasso ultralegale nonché dichiarava indimostrato il saldo passivo del conto corrente. La banca così impugna la sentenza della Corte territoriale, dinanzi alla Suprema Corte, lamentando violazione dell’art. 2697 c.c. in tema di accertamento negativo.

L’onere probatorio del correntista. Sulla base di un consolidato orientamento giurisprudenziale, alle controversie tra banca e correntista, introdotte su domanda si quest’ultimo per contestare il saldo negativo (per il cliente) e per far rideterminare i movimenti e il saldo finale del rapporto e ottenere così la condanna della banca al pagamento delle maggiori spettanze dell’attore, «quest’ultimo è gravato dal corrispondente onere probatorio, che attiene agli aspetti oggetto della contestazione».

Il correntista, che agisca in giudizio per la ripetizione dell’indebito deve fornire la prova non solo degli avvenuti pagamenti, ma anche della mancanza, rispetto agli stessi, di una valida “causa debendi”, avendo quindi l’onere di dimostrare, attraverso documenti, l’andamento del rapporto con la produzione di tutti gli estratti conto che evidenziano le singole rimesse, suscettibili di ripetizione in quanto riferite a somme non dovute.
E, poiché la Corte d’Appello non si è uniformata a tale principio, esonerando i correntisti dall’onere probatorio sopra indicato, i Giudici di legittimità accolgono il ricorso in esame.

Tratto da “Diritto e Giustizia” del 20 aprile 2020.

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Sull’efficacia dei provvedimenti economici adottati in separazione in pendenza del giudizio di divorzio

La Corte di Cassazione civile (sez. I, 27/03/2020, n.7547) è tornata a pronunciarsi sul principio per cui il giudice della separazione è investito della potestas iudicandi sulla domanda di attribuzione o modifica del contributo di mantenimento per il coniuge e i figli anche quando sia pendente il giudizio di divorzio, a meno che il giudice del divorzio non abbia adottato provvedimenti temporanei e urgenti nella fase presidenziale o istruttoria, i quali sono destinati a sovrapporsi a (e ad assorbire) quelli adottati in sede di separazione solo dal momento in cui sono adottati o ne è disposta la decorrenza.

Di conseguenza, i provvedimenti economici adottati nel giudizio di separazione anteriormente iniziato sono destinati ad una perdurante vigenza fino all’introduzione di un nuovo regolamento patrimoniale per effetto delle statuizioni (definitive o provvisorie) rese in sede divorzile.

Si spiega in tal modo perché la pronuncia di divorzio, operando ex nunc dal momento del passaggio in giudicato, non comporti la cessazione della materia del contendere nel giudizio di separazione personale (o di modifica delle condizioni di separazione) iniziato anteriormente e ancora pendente, ove esista l’interesse di una delle parti all’operatività della pronuncia e dei conseguenti provvedimenti patrimoniali.

Fonte:

Diritto & Giustizia 2020, 30 marzo

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COVID 19: COME GESTIRE LA CRISI DA SOVRAINDEBITAMENTO

Il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili e la Fondazione Nazionale dei Commercialisti hanno pubblicato, lo scorso 6 aprile, un documento nel quale forniscono le prime indicazioni operative per la gestione delle procedure di composizione della crisi da sovraindebitamento.

 La finalità del documento è quella di supportare il più possibile l’attività dei professionisti coinvolti nella gestione delle sopradette procedure, offrendo soluzioni interpretative che permettono di adeguare al contesto emergenziale COVID-19 le previsioni della legge n. 3/2012.

Sospensione e modifica. Nel dettaglio, le indicazioni fornite sono finalizzate a: richiedere al Giudice la sospensione dell’esecuzione degli accordi o dei piani omologati e accordare al debitore la possibilità di modificare gli stessi, anche successivamente all’omologazione, così da agevolarne l’esecuzione, semplificando la prosecuzione dei procedimenti pendenti.

In particolare, il documento chiarisce che, dinanzi alle sopravvenute esigenze dei debitori dovute all’attuale situazione di emergenza derivante dalla diffusione del Covid-19, gli OCC, e per essi i gestori della crisi, hanno la possibilità di:

  • richiedere al Giudice la sospensione dell’esecuzione del piano del consumatore o dell’accordo di composizione della crisi, attenendosi ai conseguenziali provvedimenti dallo stesso assunti;
  • applicare quanto disposto dall’art. 13, c. 4-ter, l. n. 3/2012, ove l’emergenza determini una carenza di liquidità del debitore tale da richiedere una modifica delle condizioni e/o delle tempistiche di adempimento, indicate nel piano del consumatore o nell’accordo di composizione della crisi già omologati, con conseguente rinnovo dei procedimenti relativi alla formazione e all’omologazione dell’accordo ovvero all’omologazione del piano;
  • confrontarsi con il Giudice sulla possibilità di adottare la soluzione interpretativa descritta, laddove le modifiche da proporre attengano esclusivamente a una dilazione delle scadenze originariamente pattuite nell’accordo di composizione della crisi.

 Tratto da DE IURE – “IL FALLIMENTARISTA” del 17 aprile 2020

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La legittimazione ad agire dello studio associato per i crediti delle prestazioni dei singoli professionisti

L’ordinamento interno e l’amministrazione delle associazioni non riconosciute sono regolati dagli accordi tra gli associati, i quali hanno la facoltà di attribuire all’associazione la legittimazione a stipulare contratti e acquisire la titolarità di rapporti poi delegati ai singoli aderenti e da essi personalmente curati. Laddove gli associati abbiano deciso per tale soluzione, sussiste la legittimazione dello studio professionale associato rispetto ai crediti per le prestazioni svolte dai singoli professionisti a favore del cliente che ha conferito l’incarico.

Lo ha chiarito la Cassazione con ordinanza n. 7898/20 depositata il 17 aprile.

Il caso. Lo studio associato presentava domanda di ammissione al passivo del fallimento della società per un credito da prestazioni professionali. A seguito della parziale ammissione del credito da parte del giudice delegato, lo studio proponeva opposizione, che veniva successivamente dichiarata inammissibile dal Tribunale per mancanza di legittimazione ad agire.
Avverso tale ultimo decreto, lo studio ricorre per cassazione denunciando violazione e falsa applicazione dell’art. 36 c.c., lamentando l’erronea affermazione da parte del Tribunale, con rilievo d’ufficio, della carenza di legittimazione processuale dello studio, dovuta alla confusione di tale situazione meramente processuale con l’effettiva titolarità del rapporto oggetto di causa.

Legittimazione ad agire dello studio associato. 

La Cassazione afferma che, ai sensi dell’art. 36 c.c., l’ordinamento interno e l’amministrazione delle associazioni non riconosciute sono regolati dagli accordi tra gli associati, i quali hanno la facoltà di attribuire all’associazione la legittimazione a stipulare contratti e acquisire la titolarità di rapporti poi delegati ai singoli aderenti e da essi personalmente curati. Laddove gli associati abbiano deciso per tale soluzione, sussiste la legittimazione dello studio professione associato rispetto ai crediti per le prestazioni svolte dai singoli professionisti a favore del cliente che ha conferito l’incarico.

A tal proposito, continua la Corte, si è precisato che «la domanda di insinuazione al passivo proposta da uno studio associato fa presumere l’esclusione della personalità del rapporto d’opera professionale da cui quel credito è derivato e dunque l’insussistenza dei presupposti per il riconoscimento del privilegio in oggetto», salva l’allegazione e la prova di un accordo tra gli associati che preveda la cessione all’associazione del credito al compenso per la prestazione professionale.
Nella fattispecie, la Suprema Corte ritiene pacifico che l’insinuazione al passivo fallimentare sia stata proposta dallo studio associato e che lo stesso sia stato parzialmente ammesso al passivo del fallimento, proponendo l’opposizione ex art. 98 l. fall., al fine del riconoscimento del privilegio. Pertanto, essendosi formato giudicato endofallimentare, il giudice dell’opposizione non poteva prendere nuovamente in considerazione ex officio la questione relativa all’ammissione del credito dello studio, e da ciò discende la legittimazione dello stesso ad impugnare il provvedimento di esclusione del privilegio.

Per tutti questi motivi, la Corte di Cassazione accoglie il ricorso e rinvia al tribunale per nuovo esame.

Tratto da “Diritto e Giustizia” del 20 aprile 2020 Sezione Fallimento.

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LOCAZIONE O AFFITTO DI AZIENDA? ELEMENTI DIFFERENZIALI E SIMILITUDINI

La Cassazione civile ( sentenza sez. III , 17/02/2020 , n. 3888) ha affrontato il tema della qualificazione giuridica di un contratto in termini di locazione di immobile piuttosto che di affitto di azienda.

Il caso sottoposto all’attenzione della Corte riguardava una società avente in gestione le strutture costituenti un centro commerciale, stipulante un contratto di affitto di ramo di azienda, in relazione al quale, con ricorso ex art. 447 bis c.p.c.,  conveniva in giudizio la controparte contraente, sostenendo che il suddetto contratto fosse scaduto e che, per l’effetto, la medesima venisse condannata a rilasciare il ramo di azienda come definito dal contratto, con le rispettive attrezzature e pertinenze;

La controparte si costituiva in giudizio, chiedendo il rigetto della domanda, la dichiarazione di nullità e/o inefficacia e/o inopponibilità del contratto ex adverso invocato e comunque la sussistenza di un rapporto di locazione commerciale.

La Corte ha stabilito che il giudice, nel valutare se un contratto debba essere qualificato come locazione di immobile od affitto di azienda (o di un ramo di essa), deve, in primo luogo, verificare se i beni oggetto di tale contratto fossero già organizzati in forma di azienda; in caso di esito positivo dell’indagine, egli è tenuto, quindi, ad accertare se le parti abbiano inteso trasferire o concedere il godimento del complesso organizzato o semplicemente quello di un immobile, al cui utilizzo risultino strumentali gli altri beni e servizi eventualmente ceduti, restando poi libero l’avente causa di costituire “ex novo” un’azienda propria.

Nel caso di specie, la Suprema Corte ha cassato con rinvio la decisione della corte di appello, la quale, poiché l’immobile oggetto del contratto era situato in un centro commerciale, aveva erroneamente ritenuto l’avvenuta cessione di un’organizzazione aziendale, senza verificare se il cedente avesse in precedenza impresso ai beni interessati dall’accordo una tale organizzazione e valorizzando, invece, il trasferimento in godimento, assieme al locale, di elementi, quali un massetto, un registratore ed un gabinetto, di per sé insufficienti a costituire un’azienda.

Autore: Avv. Daniele Enrico Paci oppure postato da Lsc Lex

Azione di inefficacia ex art. 44 Legge fallimentare: sentenza di fallimento produttiva di effetti a partire dall’ora “zero” e legittimazione passiva

Un Fallimento proponeva ricorso ex art. 702 bis c.p.c., avente ad oggetto l’accertamento della inefficacia – ai sensi della L. Fall., art. 44 – nei confronti della massa dei creditori, dei pagamenti eseguiti dalla società con addebito sui propri conti bancari lo stesso giorno in cui era stata dichiarata fallita, a favore di una Srl.

Il Fallimento chiedeva altresì la condanna della banca alla restituzione della complessiva somma  corrispondente ai pagamenti inefficaci.

Il Tribunale di Torino, con ordinanza ex art. 702 ter c.p.c., rigettava la domanda del Fallimento avendo fornito prova la banca, attraverso la certificazione della CCIAA, che i pagamenti erano stati  eseguiti in orari anteriori a quello in cui la sentenza dichiarativa di fallimento era stata annotata nel registro delle imprese, con efficacia verso i terzi, ai sensi della L. Fall., art. 16, comma 2 e art. 17, comma 2, come sostituiti dal D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5 e dal D.Lgs. 12 settembre 2007n. 169.

La Corte d’appello di Torino, con sentenza, in totale riforma della decisione di prime cure:

– dichiarava inefficaci i pagamenti, applicando il principio giurisprudenziale per cui gli effetti della sentenza dichiarativa di fallimento venivano a prodursi, tanto per le parti quanto per l’opponibilità ai terzi, alla ora “0” dello stesso giorno di deposito della sentenza, interpretazione fornita dalla Corte di legittimità in assenza di espressa disposizione legislativa che attribuisse rilevanza anche all’ora – oltre che alla data – di pubblicazione della sentenza dichiarativa di fallimento, ai sensi dell’art. 133 c.p.c., ovvero all’ora della iscrizione della stessa nel registro delle imprese, ai sensi della L. Fall., art. 17, comma 2 e non sussistendo valide ragioni per diversificare il trattamento delle due ipotesi.

La Suprema Corte di Cassazione, con la recentissima sentenza n. 7477 del 20/03/2020, ha statuito che non vi è ragione di discostarsi dal principio di diritto secondo cui, in mancanza della prescrizione legale, tra gli elementi di individuazione della data della sentenza dichiarativa di fallimento, anche dell’annotazione della ora in cui la decisione è stata emessa, l’efficacia della sentenza inizia dalla prima ora di quel medesimo giorno (ora zero) e, pertanto, il fallito resta privo dell’amministrazione e della disponibilità dei beni e debbono ritenersi inefficaci gli atti dallo stesso compiuti e i pagamenti a lui effettuati, dal suddetto inizio di quella giornata, indipendentemente dall’ora in cui tali atti siano stati eseguiti.

Prosegue la Corte, “In tema azione di inefficacia ex articolo 44 Legge fallimentare per pagamenti effettuati dal fallito successivamente alla dichiarazione di fallimento, se i pagamenti sono avvenuti tramite bonifico bancario, l’azione dichiarativa dell’inefficacia deve essere rivolta nei riguardi del terzo creditore-accipiens quale unico legittimato passivo, in quanto diretta a privare l’atto giuridico di pagamento dell’effetto estintivo del debito”.

 La banca -delegata (alla quale il fallito ha dato ordine di bonifico) rimane estranea al rapporto obbligatorio tra il fallito e il terzo creditore e non è quindi destinataria né dell’azione di inefficacia, né dell’azione di condanna alla restituzione.

Autore: Avv. Daniele Enrico Paci oppure postato da Lsc Lex

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RESPONSABILITA’ SANITARIA E CONTRATTO DI SPEDALITA’: ULTIME PRONUNCE DI MERITO

Il Tribunale di Milano, con una interessante e recentissima pronuncia (Sentenza Sez. I, n. 1351 del 12/02/2020), torna a pronunciarsi sulla natura contrattuale della responsabilità della Struttura Sanitaria nei confronti del paziente, nonché sul ruolo degli ausiliari.

Il caso trae origine dalla citazione avanzata dagli eredi della paziente nei confronti dell’Istituto Clinico, per ottenere la condanna al risarcimento di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali, permanenti e temporanei subiti dalla stessa a seguito di intervento chirurgico eseguito senza indicazione alcuna e nonostante il parere dell’anestesista che aveva attribuito alla paziente una classe di rischio anestesiologico ASA III.

L’Istituto clinico costituitosi ha evidenziato l’assenza di responsabilità propria e dei propri sanitari perché l’intervento era indicato e correttamente eseguito ed ha contestato le somme richieste a titolo di risarcimento, perché ritenute eccessive e sproporzionate.

La Suprema Corte ha statuito che l’accettazione del paziente nella struttura deputata a fornire assistenza sanitaria e ospedaliera comporta la conclusione di un contratto atipico “di spedalità”.

L’obbligazione scaturente dal contratto genericamente detta di assistenza sanitaria, ha un contenuto complesso, perché comprende sia la prestazione medica o chirurgica principale sia una serie di obblighi cd. accessori, consistenti nella messa a disposizione del personale medico, ausiliario e infermieristico, dei medicinali e delle attrezzature tecniche necessarie e nelle prestazioni latu sensu alberghiere comprendenti il ricovero e la fornitura di alloggio, vitto e assistenza al paziente fino alla sua dimissione.

Se la struttura si avvale della “collaborazione” dei sanitari persone fisiche (utilità) si trova del pari a dover rispondere dei pregiudizi da costoro eventualmente cagionati (danno): la responsabilità di chi si avvale dell’esplicazione dell’attività del terzo per l’adempimento della propria obbligazione contrattuale trova radice non già in una colpa “in eligendo” degli ausiliari o “in vigilando” circa il loro operato, bensì nel rischio connaturato all’utilizzazione dei terzi nell’adempimento dell’obbligazione, realizzandosi, e non potendo obliterarsi, l’avvilimento dell’attività altrui per l’adempimento della propria obbligazione, comportante l’assunzione del rischio per i danni che al creditore ne derivino.

 La struttura medica risponde, quindi, a titolo contrattuale per la mancata o scorretta esecuzione di ciascuna delle prestazioni ricomprese nell’obbligazione assunta, ivi inclusa la prestazione medica principale.

Autore: Avv. Daniele Enrico Paci oppure postato da Lsc Lex

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Le clausole di limitazione della responsabilità ex articolo 1229 codice civile: l’essenza e l’individuazione del nesso funzionale.

La Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n. 18338 del 12/07/2018, ha espresso un principio di notevole portata, relativo al tentativo di aggiramento dei patti che escludono o limitano preventivamente la responsabilità del debitore in caso di dolo o di colpa, grave mediante l’inserzione di una clausola penale che contempli al suo interno la modesta entità dell’importo risarcibile.

Il caso traeva origine dalla richiesta di risarcimento formulata dalla titolare di un esercizio commerciale nei confronti  dell’istituto di vigilanza responsabile del danno subito, a causa del furto perpetrato da ignoti nel locale, non avendo la società diligentemente adempiuto alle obbligazioni del contratto di servizio stipulato con la  proprietà che imponeva, in caso di segnalazione di allarme, di effettuare un accurata ispezione del locale, che nella specie presentava evidenti segni esteriori di effrazione della saracinesca, della finestra sul retro e di alcune grate collocate nel muro perimetrale.

La clausola contrattuale disponeva che “L’Istituto non presta alcuna garanzia nè si assume alcune responsabilità per eventuali furti, danni ed in genere pregiudizi subiti dall’Utente… Nel caso di comprovato inadempimento nell’esecuzione del servizio e di comprovata riferibilità dei danni a tale inadempimento, l’istituto sarà tenuto unicamente a versare all’Utente, a titolo di penale fissa, una somma pari ad una mensilità del canone in corso. E’ esclusa pertanto ogni risarcibilità di eventuale danno ulteriore subito dall’Utente”.

La Suprema Corte ha stigmatizzato la liceità di clausole di tal fatta, statuendo che l’irrisorietà del danno pattuito preventivamente sotto forma di clausola penale costituisce elemento sintomatico dell’aggiramento del divieto di limitazione di responsabilità stabilito dall’ art. 1229, comma 1, c.c.

Ne consegue che deve ritenersi illegittima una clausola penale, inserita in un contratto di vigilanza di un esercizio commerciale, contenente la previsione di limitazione dell’ammontare del danno risarcibile, cagionato dal mancato od inesatto adempimento della prestazione di vigilanza, in misura pari alla rata mensile del corrispettivo, di entità modesta, e nel contempo escluda la responsabilità dell’Istituto di vigilanza “per eventuali furti”, così sostanzialmente interrompendo il nesso funzionale tra la corretta esecuzione del servizio e la prevenzione della commissione di furti ai danni del cliente.

Autore: Avv. Daniele Enrico Paci oppure postato da Lsc Lex