“Diritto” a mentire al pubblico ufficiale durante la pandemia

Non sussiste alcun obbligo giuridico di dire la verità sui fatti oggetto dell’autocertificazione Covid-19 per il privato che si trovi sottoposto a controllo nelle circostanze indicate. È quanto stabilito dalla Cassazione a seguito dei processi instauratisi per false autodichiarazioni.

Da oltre un anno, a causa della pandemia da Covid-19, ci imbattiamo in controlli serrati, limitazioni della libertà di movimento e non solo.

Recentemente, dunque, sono stati notificati i primi decreti penali di condanna per chi ha dichiarato il falso nell’autocertificazione. Hanno solcato le porte dei Tribunali d’Italia i primi casi di attestazione di false dichiarazioni in atto pubblico, rese  al pubblico ufficiale su fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità ai sensi  dell’art. 483 c.p., reato punito con la reclusione fino a due anni. E proprio in questa circostanza sono emersi alcuni chiari limiti applicativi dei Dpcm.

In materia di autocertificazioni e obbligo di dire la verità, il GIP di Milano (dott.ssa Alessandra Del Corvo) ha chiarito, con una pronuncia inaspettata, che per il privato sottoposto a controllo non sussiste alcun obbligo giuridico di dire la verità. Non solo; se quest’obbligo esistesse, sarebbe in netto e palese contrasto con il diritto di difesa.

Ne consegue che «in tutti i casi quale quello in esame – nel quale l’autodichiarazione in ipotesi infedele è resa dal privato all’atto di un controllo casuale sul rispetto della normativa emergenziale – appare difficile stabilire quale sia l’atto del pubblico ufficiale nel quale la dichiarazione infedele sia destinata a confluire con tutte le necessarie e previste conseguenze di legge. Da un lato, infatti, il controllo successivo sulla veridicità di quanto dichiarato dai privati è solo eventuale e non necessario da parte della pubblica amministrazione: pertanto, quanto dichiarato dal singolo all’atto della sottoscrizione dell’autodichiarazione  potrebbe  di fatto restare privo di qualunque conseguenza giuridica;  dall’altro, occorrerebbe ipotizzare che l’atto destinato a provare la verità dei fatti auto-dichiarati e certificati dal privato sia il successivo (eventuale) verbale di contestazione di una sanzione amministrativa o l’atto di contestazione di un addebito di natura penale, come l’atto di ‘informativa ai fini della conoscenza del procedimento’ e il ‘verbale di identificazione e dichiarazione o elezione di domicilio’: in proposito, va rilevato che, nel caso di specie, all’epoca di commissione del fatto contestato all’imputato la violazione delle prescrizioni contenute nel D.P.C.M. dell’8.3.2020 relative al divieto di spostamento fuori dalla propria abitazione o Comune di residenza se non per le comprovate ragioni ivi previste era sanzionata penalmente ai sensi dell’art. 650 c.p.».

Tuttavia – prosegue la sentenza – «appare evidente come non sussista alcun obbligo giuridico, per il privato che si trovi sottoposto a controllo nelle circostanze indicate, di ‘dire la verità’ sui fatti oggetto dell’auto-dichiarazione sottoscritta, proprio perché non è rinvenibile nel sistema una norma giuridica che ricolleghi specifici effetti ad uno specifico atto-documento nel quale la dichiarazione falsa del privato sia in ipotesi inserita dal pubblico ufficiale».

Opinando diversamente, «si dovrebbe concludere ritenendo che il privato sia obbligato a ‘dire il vero’ sui ‘fatti’ oggetto dell’auto-dichiarazione resa pur sapendo che ciò potrebbe comportare la sua sottoposizione ad indagini per la commissione di una condotta avente rilevanza penale o, ancora, il suo assoggettamento a sanzioni amministrative pecuniarie anch’esse parimenti afflittive e punitive. Un simile obbligo di riferire la verità non è previsto da alcuna norma di legge e una sua ipotetica configurazione si porrebbe in palese contrasto con il diritto di difesa del singolo (art. 24 Cost.) e con il principio nemo tenetur se detegere, in quanto il privato, scegliendo legittimamente di mentire per non incorrere in sanzioni penali o amministrative, verrebbe comunque assoggettato a sanzione penale per le false dichiarazioni rese». In breve, nessuno può essere obbligato ad affermare la propria responsabilità penale, in tal modo auto-incriminandosi.

Tale ricostruzione logica-deduttiva sarà un precedente richiamato da altri giudicanti?

Vi terremo aggiornati!Autore: Dott.ssa Elisabetta Postiglione

NUOVE REGOLE SPECIALI PER CONTRATTI A TERMINE E SOMMINISTRAZIONE

Nuove regole speciali per contratti a termine e somministrazione

L’articolo 17 del Decreto-legge n. 41/2021, c.d. “decreto sostegni” del 22 marzo 2021, entrato in vigore il giorno successivo,  al titolo II – “Disposizioni in materia di lavoro” tra le altre misure, consente dal 1° aprile al 31 dicembre 2021, agli imprenditori, sempre nel rispetto del termine di ventiquattro mesi complessivi, di prorogare o rinnovare una sola volta, senza l’apposizione di alcuna causale, i contratti e le somministrazioni a tempo determinato per ulteriori 12 mesi. Alla luce del comma 1 dell’articolo 17 sono azzerate le precedenti proroghe o rinnovi stipulati  senza condizione a partire dal 23 marzo. La nuova normativa permette, pertanto, l’instaurazione di nuovi rapporti a termine senza l’apposizione di alcuna condizione.

Essendo il 31 dicembre 2021 il giorno ultimo di instaurazione del rapporto (rinnovo) o della prosecuzione dello stesso, attraverso l’istituto della proroga se ne ricava che gli effetti possono ben esplicarsi nel corso del 2022. Lo scopo è quello di favorire la ripresa economica svincolando questi rapporti di lavoro dalle limitazioni collegate al loro regolare istaurarsi come previste dalla normativa precedente. I cambiamenti normativi non incidono sugli altri istituti correlati al contratto a tempo determinato: quali il computo dei dipendenti e il diritto di precedenza anche se vi è da dire che tale ultimo aspetto continua a restare privo di impianto sanzionatorio.

Per quanto riguarda le  Agenzie di Lavoro che somministrano personale è stato inserito un ulteriore periodo nel comma 1 dell’articolo 31 del Decreto Legislativo n. 81/2015 che recita “Nel caso in cui il contratto di somministrazione tra l’Agenzia di somministrazione e l’utilizzatore sia a tempo determinato l’utilizzatore può impiegare in missione, per periodi superiori a ventiquattro mesi anche non continuativi, il medesimo lavoratore in somministrazione, per il quale l’Agenzia di somministrazione abbia comunicato all’utilizzatore l’assunzione a tempo indeterminato, senza che ciò determini in capo all’utilizzatore stesso la costituzione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato con il lavoratore somministrato. Anche questa  disposizione ha efficacia fino al 31 dicembre 2021 il  che vuol dire che tutte le missioni svolte da lavoratori assunti dall’Agenzia a tempo indeterminato non vengono calcolate nel periodo di durata massima dei contratti a termine, di modo che, legittimamente, senza alcun onere o pericolo per il datore di lavoro, si può sforare il tetto dei ventiquattro mesi previsti dall’articolo 19 o quello, eventualmente, indicato dalla contrattazione collettiva.

Avvocato Vito S. Manfredi

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Diritto alla disconnessione

Fino allo scorso anno “smart working” era un termine per addetti ai lavori poco conosciuto e in concreto poco utilizzato.
Ora tutti sappiamo che rappresenta una forma di lavoro particolare che, sotto un’apparente maggiore libertà per il lavoratore nasconde delle insidie non da poco.
Lo svolgimento della prestazione lavorativa “da remoto” il che nella pratica vuol dire per lo più da casa sfuma i confini ” comportando inevitabilmente che siano meno nette le aree tra lavoro e autonomia privata portando spesso ad una intensificazione più che a una riduzione dell’orario lavorativo.
Sono state accertate ripercussioni negative sulla salute dei lavoratori, quale tensioni muscolari e disturbi muscolo scheletrici, nonché privazione del sonno, e ansia.
E’ stato così individuato il diritto alla disconnessione in quanto l’utilizzo degli strumenti tecnologici ormai alla portata di tutti può far pensare, al datore di lavoro, che i lavoratori siano raggiungibili in qualsiasi momento e ovunque, anche durante gli orari non lavorativi.
In altre parole, diritto alla disconnessione vuol dire riconoscere la possibilità per il lavoratore di non essere sempre rintracciabile e consequenzialmente il suo diritto a non rispondere a telefonate, email, messaggi vari al di fuori del vero e proprio orario lavorativo che, smart working o meno non può mutare senza accordi particolari e riconoscimento delle relative indennità.
In data 21 gennaio 2021 vi è stata la Risoluzione del Parlamento europeo recante raccomandazioni alla Commissione UE sulla proposta di Direttiva sul diritto alla disconnessione, ritenuto che ad oggi, manca una normativa europea specifica sul diritto dei lavoratori alla disconnessione.
Possiamo aggiungere su tali aspetti come il nostro legislatore abbia ad oggi solo parzialmente disciplinato alcuni aspetti della problematica ma in modo assolutamente superficiale.
Vedasi la legge 81/2017- che nel disciplinare il lavoro agile non ha riconosciuto la disconnessione come un diritto rinviando ad accordo tra datore di lavoro e lavoratore il concordare i tempi di riposo del lavoratore e le misure tecniche e organizzative necessarie per assicurare la disconnessione del lavoratore dalle strumentazioni tecnologiche di lavoro mentre la disconnessione deve rappresentare un diritto fondamentale dei lavoratori .
Peraltro fino a quando la direttiva europea non troverà attuazione dovremo comunque considerare i principi genarli costituzionali e quelli rinvenibili nella normativa lavoristica che tutelano la dignità del lavoratore e la tutela psico fisica degli stessi sotto ogni profilo, il che, di converso, in primo luogo, deve portare a non penalizzare lavoratori che evitino di farsi trovare connessi al di fuori degli orari determinati e debitamente ricompensati.

Autore: Avvocato Vito S. Manfredi

Verso la proroga dello stop ai licenziamenti al 30 giugno

Verso la proroga dello stop ai licenziamenti al 30 giugno

Torna centrale in materia di lavoro il tema del blocco dei licenziamenti. Con il “Decreto Cura Italia” n. 18 del 17 marzo 2020 è stato previsto infatti lo stop a procedere al licenziamento dei lavoratori, fortemente a rischio a seguito della chiusura delle attività dovuta alla pandemia da Covid 19. In particolare, il blocco riguardava le procedure di licenziamento collettivo, i licenziamenti individuali o plurimi per giustificato motivo oggettivo, e anche le procedure di conciliazione obbligatoria per i lavoratori in tutele reali (ante Jobs Act).

In particolare, Il licenziamento per giustificato motivo oggettivo, disciplinato dalla legge 15 luglio 1966, n. 604 (“Norme sui licenziamenti individuali”) è una tipologia di licenziamento che si concretizza per motivi strettamente correlati all’attività produttiva e ha motivazioni di carattere economico relativi alla vita dell’azienda, che possono andare dalla soppressione della posizione lavorativa, con riorganizzazione del lavoro e delle mansioni, fino alla gestione di una situazione di crisi aziendale. Si tratta, dunque, di fattispecie di licenziamenti riconducibili ai rapporti di lavoro subordinato, non ai contratti parasubordinati (che in genere sono risolvibili con più facilità), dal momento che le interruzioni per giustificato motivo oggettivo riguardano tendenzialmente solo i lavoratori dipendenti. Il blocco ha, come già specificato, anche previsto il divieto di avviare procedure di licenziamento collettivo (in questo caso il riferimento è alle procedure di cui agli articoli 4, 5 e 24 della legge 23 luglio 1991, n. 223).

Al fine di tutelare i lavoratori che, nel corso dell’emergenza sanitaria, potrebbero trovarsi senza un’occupazione, il precedente governo aveva disposto anche la sospensione delle procedure di licenziamento pendenti avviate in data successiva al 23 febbraio 2020. A seguito di tale misura, altri Decreti si sono susseguiti, prorogando il blocco di mese in mese; attualmente, il termine è fissato al 31 marzo 2021. Alla luce di tale situazione, nelle ultime ore è emersa la notizia secondo cui il nuovo governo attraverso il prossimo “Decreto Sostegno”, che attingerà ai 32 miliardi di scostamento di bilancio autorizzato dal Parlamento, andrebbe verso un’ulteriore proroga del blocco fino al 30 giugno, con un rifinanziamento della cassa integrazione ordinaria Covid. Anche con la nuova proroga, dovrebbero rimanere escluse dal blocco:

– le imprese che hanno cessato l’attività;

– le imprese dichiarate fallite quando non sia previsto l’esercizio provvisorio; – le imprese nelle ipotesi di accordo collettivo aziendale, stipulato dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative a livello nazionale, di incentivo alla risoluzione del rapporto di lavoro, limitatamente ai lavoratori che aderiscono al predetto accordo

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La Questione Sull’ammissione Al Patrocinio A Spese Dello Stato E Gestione Della Crisi Da Sovraindebitamento

A 8 anni dall’entrata in vigore della disciplina sulla gestione della crisi da sovraindebitamento, in poche occasioni è stata posta la questione inerente all’ammissione del debitore al patrocinio per i non abbienti di cui all’art. 74 del DPR 115/2002.

La suddetta disposizione, infatti, limita l’accesso al beneficio ai soli casi di assistenza legale nei processi civile, penale, amministrativo, tributario, o di volontaria giurisdizione, apparentemente escludendone l’applicabilità alla assistenza profusa in relazione procedimento ex l.3/2012.

Tuttavia, alla luce del fatto che la procedura di sovraindevitamento è suddivisa in due parti, delle quali solo la seconda è un fase processuale vera e propria, perchè si svolge davanti al Giudice (sezione fallimentare), mentre la prima, prodromica alla seconda, consiste in una sorta di verifica di fattibilità della procedura stessa e si svolge con l’ausilio dell’OCC, emerge come l’ammissione al “gratuito patrocinio” del sovraindebitato, possa essere astrattamente ammissibile per la seconda fase, mentre diventa più difficile che lo stesso possa dirsi per la prima.

L’unica pronuncia in merito, che apre alla possibilità che il sovraindebitato veda garantitosi il supporto di una difesa tecnica anche in assenza dei mezzi reddituali necessari, proviene dalla Corte di Torino (sent. Trib. Torino, Sez. VI, del 16-11-2017 Est. Cecilia Marino)

In questa occasione, alla luce dei già citato art. 74 del T.U.S.G., che regola le ipotesi di ammissione al beneficio previsto per i non abbienti (per le ipotesi nelle quali le ragioni del richiedente non risultino manifestamente infondate), e il successivo art. 75 del T.U.S.G., che precisa al II comma che la disciplina del patrocinio a spese dello Stato si applica a condizione che il richiedente “debba o possa essere assistito da un difensore o da un consulente tecnico”, il Tribunale torinese – in sede monocratica – ha confermato lammissibilità al patrocinio a spese dello Stato nel caso di procedura di composizione della crisi da sovraindebitamento ex lege 3/2012.

Il carattere assolutamente innovativo di questa pronuncia è da individuare nel fatto che il Tribunale di Torino abbia disposto l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato:

  • sia per procedimento avviato ex art. 15 della L. n. 3 del 2012 per la nomina di un professionista con funzioni di Occ;
  • sia per l’assistenza tecnica nella procedura di composizione della crisi da sovraindebitamento.

In effetti, la pronuncia del Tribunale di Torino rientra in un filone dottrinale che ritiene superata l’idea per cui la procedura da sovraindebitamento sia pur sempre una procedura concorsuale e che pertanto soggiace al principio della par condicio creditorum. Ciò sta a significare che tutti i creditori del sovraindebitato (compresi l’OCC e il legale che lo assiste nel corso della procedura) non dovranno trovare soddisfazione all’esterno della procedura (come nel caso di remunerazione da parte dello Stato, in considerazione dell’ammissione al “gratuito patrocinio” da parte del sovraindebitato) ma sull’attivo della stessa. In definitiva, verrebbero violati sia il principio della par condicio creditorum, sia il principio del soddisfacimento dei creditori sull’attivo imponibile in caso di accesso al “gratuito patrocinio”.

Dunque, secondo il filone di pensiero in cui vi rientra la pronuncia del Giudice torinese, la procedura da sovraindebitamento, modellata senza alcun dubbio sulla base delle altre procedure concorsuali, è da considerarsi un istituto a sé stante, con una propria indipendenza strutturale, e che potrebbe atteggiarsi diversamente con riguardo alla questione del rispetto dei due summenzionati principi.

Inoltre, a sostegno dell’ammissibilità del sovraindebitato al “gratuito patrocinio”, vi è una seconda argomentazione: il riferimento è al ricorso alla c.d. finanza esterna anche nel sovraindebitamento. Questa consiste nella presenza di un terzo soggetto che, con fondi propri, interviene al fine di concorrere al pagamento dei debiti e che pertanto non ostacolerebbe la possibilità da parte dello Stato di sopportare, attraverso il “gratuito patrocinio”, i costi dell’OCC e del legale.

A conferma di ciò, il Giudice torinese, con la pronuncia del 16.11.2017, ha affermato che tanto nelle procedure concorsuali quanto nel sovraindebitamento trova spazio il ricorso alla c.d. finanza esterna.

In virtù di tale situazione, i creditori prededucibili (OCC e legale) potranno essere soddisfatti al di fuori della procedura, a spese dello Stato, solamente nell’ipotesi in cui il sovraindebitato rientri nelle soglie minime di reddito previste e che, per il 2021, ammontano a una somma pari a €11.746,68 (potrà, quindi, essere ammesso al gratuito patrocinio chi ha percepito un reddito imponibile ai fini delle imposte sui redditi, risultante dall’ultima dichiarazione, non superiore a questo importo).

In conclusione, si ricorda anche la sentenza della Corte di Cassazione, n. 19215/2005, inerente all’ammissione al patrocinio a spese dello Stato in materia fallimentare, la quale, al fine di garantire al debitore la certezza di poter accedere alla difesa, rappresenta un’importante clausola di salvezza che previene ogni lesione del diritto di difesa costituzionalmente garantito”.

Infatti, tanto il diritto alla assistenza legale/processuale, quanto il diritto all’aiuto dello Stato per l’esercizio della difesa da parte dei non abbienti, sono diritti costituzionalmente garantiti, e, come tali, diritti di rango superiore rispetto a qualsiasi norma ordinaria, e dunque inviolabili dinanzi ai principi concorsuali (in tema di sovraindebitamento ed in tema di procedure concorsuali in senso stretto).

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Sempre più vicino lo stop di Tik Tok per gli utenti italiani di età inferiore ai 13 anni

La comunicazione arriva dal Garante della Privacy, a seguito di un accordo con Tik Tok volto ad impedire l’accesso a minori di 13 anni. Età che – ricordiamoci – sarebbe l’età minima stabilita dallo stesso Tik Tok ma raramente rispettata; a partire dal 9 febbraio, quindi, Tik Tok procederà con il blocco di tutti gli utenti italiani e chiederà loro di indicare nuovamente la propria data di nascita per continuare ad usare l’app.

La decisione è arrivata a seguito della tragica morte di una bambina di 10 anni a Palermo, presumibilmente collegata ad una “challenge” vista sulla piattaforma tale per cui si sarebbe inflitta l’auto-soffocamento (blackout challenge), ipotesi attualmente al vaglio della procura.

Il blocco è stato disposto sino al 15 febbraio, ma la piattaforma ad oggi risulta essere ancora in funzione. Le reazioni al blocco sono state molteplici, e indubbiamente la mossa del garante solleva non pochi interrogativi tra gli esperti del settore che si occupano di privacy e digitale.

Se, da un lato, alcuni sostengano che si vada a compromettere il diritto all’anonimato online, non si può ignorare, dall’altro, la crescente presenza di minori su social network rivolti, in realtà ad adulti, fenomeno preoccupante, peraltro inasprito da scarsi controlli all’ingresso. Scarsi controlli – inoltre – che accomunano molti social network; resta infatti da vedere come si muoverà il Garante con le altre piattaforme.

Per ora il blocco – secondo il garante –  rappresenta il primo passo di una soluzione che si preannuncia complessa e non priva di ostacoli; resta infatti possibile, per gli utenti, fornire un’età fasulla, spiega il Garante. Gli account che però dichiarano un account inferiore a 13 anni saranno bloccati in maniera indefinita. Precedentemente invece era possibile dichiarare, dopo 24 ore di blocco, un’età maggiore, permettendo così l’accesso al servizio.

L’obiettivo definitivo, da conseguirsi nei prossimi mesi, resta quello di impedire definitivamente l’accesso alla piattaforma ai minori di 13 anni. Per raggiungerlo, il Garante sta valutando l’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale per verificare l’età anagrafica, coadiuvati da una campagna informativa volta a sensibilizzare figli e genitori sui pericoli della piattaforma.

Tra le misure immediate, indubbiamente rilevante risulta l’introduzione nell’applicazione stessa di un pulsante che permetterà agli altri utenti di segnalare con estrema rapidità eventuali minori di 13 anni.

Alla domanda se verificare l’età degli utenti rappresenti o meno una violazione della privacy degli utenti risponde Guido Scorza, membro del Garante per la protezione dei dati personali (tratto da Intervista a Guido Scorza, Componente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali, Di Anna Masera, La Stampa, 24 gennaio 2021):

«Domanda difficile, specie per chi come me non ha tutte le competenze necessarie a rispondere. Probabilmente rispondo in maniera non esaustiva, ma non voglio sottrarmi. La mia idea è questa e mi sembra trovi qualche conferma in giro per il mondo: credo che i gestori di queste grandi piattaforme planetarie – perché il problema, naturalmente, non riguarda solo Tik Tok – dispongano di una quantità tale di informazioni sui loro utenti che attraverso soluzioni di big data e intelligenza artificiale potrebbero essere in grado se non di dire se un utente ha 13 o 14 anni, certamente di dire se ne ha 10 o 14, 10 o 50. Insomma, onestamente, credo che chi sa su di noi, talvolta più di noi stessi, con un po’ di impegno può far meglio di quanto faccia oggi per fare in modo che un servizio che esso stesso definisce riservato ai soli maggiori di tredici anni, non sia utilizzato da chi 13 anni non li ha. Penso semplicemente al fatto che un utente di dieci anni fruisce in maniera più ricorrente di contenuti diversi da quelli di un utente che ne ha 14 o 15, interagisce con lo smartphone, con lo schermo e con le interfacce in maniera a sua volta diversa, fa tap sullo schermo in modo differente o si sofferma di più su questo o quel particolare.”

Recentissima anche l’introduzione di una campagna informativa lanciata da Tik Tok, che informerà, tramite notifiche push, gli utenti riguardo al limite dell’età prima di bloccarli, rivolgendosi inoltre, tramite web e carta stampata, ai genitori, con ulteriore specifica del limite di età per accedere alla piattaforma.

È probabile e prevedibile una linea di azione similare con gli altri social, su cui sono state già avviate le indagini.

Un primo, fondamentale passo per rafforzare le azioni a tutela nei confronti dei più piccoli, spesso inconsapevoli utenti dei Social Media.

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Transazione Fiscale: Nuove Direttive in Tema di Valutazione delle Proposte di Trattamento del Credito Tributario Secondo la Circolare 34/E del 29 Dicembre 2020.

A chiusura dell’anno 2020 l’Agenzia delle Entrate, con la circolare n. 34/E consultabile qui, ha formulato dei chiarimenti in materia di transazione fiscale, intendendosi per tale la proposta di trattamento del credito tributario presentata da un’impresa a fronte del particolare momento di emergenza mondiale conseguente all’epidemia da COVID-19.

I chiarimenti si sono resi necessari a seguito delle modifiche apportate alla disciplina del concordato preventivo e degli accordi di ristrutturazione dei debiti, introdotte dall’art. 3, comma 1-bis, del D.L. 7 ottobre 2020, n. 125, convertito dalla Legge 27 novembre 2020, n. 159.

La modifica ha apportato cambiamenti all’art. 180, comma 4, L.F. e all’art. 182 bis L.F., prevedendo che il Tribunale possa omologare il concordato preventivo o l’accordo di ristrutturazione dei debiti anche in mancanza di voto od adesione da parte dell’Amministrazione finanziaria quando ritenga, anche in base alle risultanze del professionista attestatore, che la proposta dell’imprenditore sia migliorativa rispetto all’ipotesi liquidatoria.

Pertanto, l’Agenzia delle Entrate ha elaborato un prospetto riepilogativo ed esplicativo in materia di transazione fiscale, includendo altresì specifiche relative ai rapporti con i rappresentanti dell’imprenditore in stato di crisi e con il commissario giudiziale, inquadrando la normativa relativa alla transazione fiscale, al concordato preventivo ed agli accordi di ristrutturazione dei debiti, e infine analizzando la figura del professionista attestatore, senza dimenticare di toccare i temi di finanza esterna e creditori strategici.

In primis, la circolare si sofferma sulla definizione della transazione fiscale, istituto regolato dall’art. 182 ter L.F. il quale rappresenta una particolare procedura tra Fisco e contribuente a fini appunto transattivi all’interno dell’alveo del concordato preventivo e degli accordi di ristrutturazione dei debiti (artt. 160, art. 182 bis e ss. L.F.).

Questa procedura permette al contribuente di accedere ad un pagamento in misura ridotta o dilazionata del credito tributario, sia esso privilegiato che chirografario.

Tale peculiare forma di transazione fiscale permette quindi di raggiungere uno scopo rilevante: soddisfare l’interesse erariale al versamento di quanto dovuto e al contempo salvaguardare la sopravvivenza delle aziende e delle società e di riflesso dell’economia, che non risente di una contrazione dei livelli occupazionali.

Fondamentale, come premesso, è l’analisi della figura del professionista attestatore da parte della circolare summenzionata.

Egli ha in particolare la funzione di attestare la veridicità dei dati aziendali e l’attuabilità dell’accordo proposto all’Erario, svolgendo altresì da garante a favore dei terzi e dei creditori che hanno un quadro completo della situazione che si verrà a delineare a seguito della sigla del patto.

Infatti, la relazione di attestazione che il professionista deve elaborare ha come scopo quello di rafforzare la credibilità degli impegni assunti dal debitore, valorizzando un piano di rientro volto a risanare dell’impresa e ripianare la situazione debitoria.

Gli articoli  180 e 182 bis L.F. prevedono che la relazione di attestazione può essere il fondamento del  Tribunale ai fini dell’omologa del concordato preventivo o dell’accordo di ristrutturazione dei debiti, anche ove manchi, rispettivamente, il voto o dell’adesione dell’Amministrazione finanziaria.

L’Agenzia delle Entrate ha sopperito al vuoto normativo in merito ad un nucleo minimo di informazioni che la relazione deve contenere, prevedendo che esso sia comunque coerente e possa fondare la decisione del Tribunale in senso affermativo all’accordo, ove siano presenti i rilievi riconsucibili alla veridicità dei dati aziendali e alla fattibilità tecnico-finanziaria del piano.

Un aspetto che può pesare è la presenza di presidi finalizzati al controllo interno ed all’individuazione dei principali rischi aziendali (c.d. control risk, ineherent risk, detection risk).

Inoltre, il professionista dovrà verificare il rispetto di alcune asserzioni, quali ad esempio la corrispondenza tra le operazioni dichiarate abbiano avuto luogo nel periodo indicato, ovverosia verificare la veridicità dei dati accolti nel piano e di quelli contenuti nella documentazione allegata allo stesso, oltre gli elementi necessari alla sua predisposizione.

Con riferimento alla fattibilità tecnico-finanziaria del piano, la circolare precisa che l’attività di controllo deve innanzitutto partire dalla diagnosi delle cause che hanno portato ala crisi di impresa.

Sulla base di quanto contenuto nel piano, l’attestatore è chiamato ad accertare che i fattori di criticità siano stati puntualmente individuati e che, data la loro struttura ed intensità, sia possibile superarli.

La relazione di attestazione deve quindi contenere l’indicazione degli strumenti diagnostici utilizzati, la specificazione della completezza del quadro informativo messo a disposizione dal professionista l’esposizione dei risultati cui è pervenuto l’attestatore.

Per quanto concerne la fattibilità del piano, la circolare ritiene molto importante che dalla relazione emergano le specifiche analisi condotte dal professionista sulle principali ipotesi che il management pone a fondamento della strategia di risanamento.

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Nuove Misure in Materia di Sovraindebitamento – Convertito in Legge il Decreto Ristori, che Anticipa l’entrata In Vigore delle Modifiche alla Procedura ex L.3/2012 c.d. “Salva Suicidi”

Lo scorso dicembre il Senato ha approvato il maxiemendamento che ha sostituito il disegno di legge del primo Decreto Ristori, prevedendo l’entrata in vigore anticipata di una parte delle modifiche previste nel Codice della Crisi al fine di fronteggiare la crisi economica aggravata dalla pandemia da Covid-19.

La decisione è giunta dopo che le nuove misure erano state rimandate, in forza dell’art. 5 del D.L. 23/2020, al 1 settembre 2021 anziché al termine originario del 15 agosto 2020.

L’entrata in vigore anticipata è stata approvata anche dalla Camera dei Deputati, giungendo quindi ad avere piena efficacia con la conversione in legge del decreto ristori, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n.319 del 24/12/2020.

Le principali novità, tutte contenute nell’allegato 1 qui consultabile, sono diverse.

Fra tutte, la più importante riguarda sicuramente l’estensiona a favore anche dei soci illimitatamente responsabili degli effetti dell’accordo di composizione della crisi proposta dalla società, di cui fanno parte, ai propri creditori.

Inoltre, i componenti del medesimo nucleo famigliare, compresi coniuge, parenti entro il quarto grado, gli affini entro il secondo, le parti dell’unione civile e i conviventi di fatto, potranno presentare un’unica procedura di composizione della crisi allorquando siano conviventi o qualora il sovraindebitamento abbia un’origine comune. In tal caso, le somme attive e passive rimarranno distinte, salvo il compenso all’OCC competente che sarà ripartito in misura proporzionale ai debiti dei membri del nucleo famigliare richiedenti l’accesso alla procedura.

Nel caso in cui siano presentate piu’ richieste di composizione della crisi da sovraindebitamento riguardanti membri della stessa famiglia, il giudice adotterà i necessari provvedimenti per assicurarne il coordinamento. La competenza, in questo caso, appartiene al giudice adito per primo.

Inoltre, la proposta di piano del consumatore potrà prevedere anche la falcidia e la ristrutturazione dei debiti derivanti da contratti di finanziamento con cessione del quinto dello stipendio, del trattamento di fine rapporto o della pensione e dalle operazioni di prestito su pegno, salvo quanto previsto dall’articolo 7, comma 1, secondo periodo.

Infine, la proposta di piano del consumatore e la proposta di accordo formulata dal consumatore potranno prevedere anche il rimborso, alla scadenza convenuta, delle rate a scadere del contratto di mutuo garantito da ipoteca iscritta sull’abitazione principale del debitore ove esistente se lo stesso, alla data del deposito della proposta, avrà adempiuto le proprie obbligazioni o se il giudice lo autorizzerà al pagamento del debito per capitale ed interessi scaduto a tale data.

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SUPERBONUS 110 % – Ulteriori approfondimenti relativi alla Circolare del 6 novembre 2020 dell’Agenzia delle Entrate

Proseguiamo con l’illustrazione dei chiarimenti forniti dall’Agenzia delle Entrate in materia di Superbonus, occupandoci della seconda macroarea delle specifiche fornite con la circolare del 6 novembre di cui vi avevamo parlato qui.

Sappiamo che le agevolazioni previste dal decreto rilancio interessano anche gli interventi eseguiti sulle parti comuni di un condominio.

Il suddetto decreto ha previsto che per le deliberazioni dell’assemblea condominiale aventi ad oggetto l’approvazione di interventi agevolabili ai fini del superbonus 110% è sufficiente la maggioranza semplice intesa quale maggioranza relativa degli intervenuti, i quali devono rappresentare almeno 1/3 del valore dell’edificio.

Tale procedura semplificata, che in materia condominiale permette quindi di raggiungere più agevolmente una delibera favorevole all’esecuzione di tali interventi, è stata estesa anche alle assemblee che deliberino circa l’adesione alla cessione del credito o all’opzione per lo sconto in fattura, in luogo dell’utilizzo diretto della detrazione, e la richiesta di eventuali finanziamenti finalizzati all’esecuzione dei lavori.

 Quindi, è sufficiente che la maggioranza degli intervenuti all’assemblea, senza necessità di quorum deliberativi, voti a favore delle predette istanze affinché queste possano ritenersi approvate, sempre che coloro che hanno espresso il loro voto favorevole rappresentino con i loro millesimi di proprietà almeno un terzo del valore dell’edificio.

Nell’ipotesi in cui l’assemblea non dovesse invece deliberare favorevolmente, il singolo condomino è comunque legittimato autonomamente a optare per la cessione del credito, mentre più difficile risulta ottenere uno sconto in fattura per la propria singola quota anche se ciò risulta comunque astrattamente possibile.

Inoltre, risulta semplificata la presentazione dei titoli abilitativi necessari per l’esecuzione dei suddetti interventi sulle parti comuni degli edifici. In particolare, le asseverazioni ei tecnici abilitati in merito allo stato legittimo degli immobili plurifamiliari e i relativi accertamenti dello Sportello Unico dell’edilizia devono riferirsi esclusivamente alle parti comuni degli edifici interessati dagli interventi.

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Voucher per consulenza in innovazione: Proroga Bando del Ministero dello Sviluppo Economico

La situazione emergenziale che stiamo affrontando denota un periodo di crisi dell’economia globale per la diminuzione della domanda e il rallentamento produttivo, ma, come ogni crisi, porta con sé nuove opportunità.

Per questo motivo, LSC ultimamente si sta occupando delle possibilità delle misure governative che rappresentano una forma di investimento vantaggiosa per il mercato (cfr. i nostri precedenti articoli in materia di Superbonus 110%)[1]

In quest’ottica si pone anche la recente proroga dei termini per la presentazione delle domande (come da Decreto direttoriale 6 novembre 2020 del Ministero dello Sviluppo Economico – MISE) a sostegno dei progetti di ricerca e sviluppo finalizzati alla riconversione produttiva nell’ambito dell’economia circolare di cui al D.M. 11 giugno 2020.

Il decreto di proroga dei termini prevede che possono beneficiare delle agevolazioni di cui al Voucher per consulenza in innovazione le imprese e anche le reti d’impresa operanti su tutto il territorio nazionale che risultino possedere, alla data di presentazione della domanda nonché al momento della concessione del contributo, determinati requisiti.

Si considerano ammissibili al contributo le spese sostenute a fronte di prestazioni di consulenza specialistica rese da un manager dell’innovazione qualificato, indipendente e inserito temporaneamente, con un contratto di consulenza di durata non inferiore a nove mesi, nella struttura organizzativa dell’impresa o della rete.

La consulenza deve essere finalizzata a indirizzare e supportare i processi di innovazione, trasformazione tecnologica e digitale delle imprese e delle reti attraverso l’applicazione di una o più delle tecnologie abilitanti previste dal Piano nazionale impresa 4.0.

L’agevolazione è costituita da un contributo in forma di voucher concedibile in regime “de minimis ai sensi del Regolamento (UE) n. 1407/2013. Il contributo massimo concedibile è differenziato in funzione della tipologia di beneficiario:

  • Micro e piccole imprese: contributo pari al 50% dei costi sostenuti fino ad un massimo di 40 mila euro
  • Medie imprese: contributo pari al 30% dei costi sostenuti fino ad un massimo di 25 mila euro
  • Reti di imprese: contributo pari al 50% dei costi sostenuti fino ad un massimo di 80 mila euro

Il decreto riapre e proroga il termine per la presentazione delle domande, presentabili a partire dal 10 dicembre 2020. La procedura di pre-compilazione delle domande e degli allegati sarà disponibile dal 30 novembre 2020.


[1] SUPERBONUS 110 % – Ultimi chiarimenti dall’Agenzia delle Entrate

Superbonus 110%: ristrutturazioni a costo zero grazie al rimborso fiscale previsto dal Decreto Rilancio