Voucher per consulenza in innovazione: Proroga Bando del Ministero dello Sviluppo Economico

La situazione emergenziale che stiamo affrontando denota un periodo di crisi dell’economia globale per la diminuzione della domanda e il rallentamento produttivo, ma, come ogni crisi, porta con sé nuove opportunità.

Per questo motivo, LSC ultimamente si sta occupando delle possibilità delle misure governative che rappresentano una forma di investimento vantaggiosa per il mercato (cfr. i nostri precedenti articoli in materia di Superbonus 110%)[1]

In quest’ottica si pone anche la recente proroga dei termini per la presentazione delle domande (come da Decreto direttoriale 6 novembre 2020 del Ministero dello Sviluppo Economico – MISE) a sostegno dei progetti di ricerca e sviluppo finalizzati alla riconversione produttiva nell’ambito dell’economia circolare di cui al D.M. 11 giugno 2020.

Il decreto di proroga dei termini prevede che possono beneficiare delle agevolazioni di cui al Voucher per consulenza in innovazione le imprese e anche le reti d’impresa operanti su tutto il territorio nazionale che risultino possedere, alla data di presentazione della domanda nonché al momento della concessione del contributo, determinati requisiti.

Si considerano ammissibili al contributo le spese sostenute a fronte di prestazioni di consulenza specialistica rese da un manager dell’innovazione qualificato, indipendente e inserito temporaneamente, con un contratto di consulenza di durata non inferiore a nove mesi, nella struttura organizzativa dell’impresa o della rete.

La consulenza deve essere finalizzata a indirizzare e supportare i processi di innovazione, trasformazione tecnologica e digitale delle imprese e delle reti attraverso l’applicazione di una o più delle tecnologie abilitanti previste dal Piano nazionale impresa 4.0.

L’agevolazione è costituita da un contributo in forma di voucher concedibile in regime “de minimis ai sensi del Regolamento (UE) n. 1407/2013. Il contributo massimo concedibile è differenziato in funzione della tipologia di beneficiario:

  • Micro e piccole imprese: contributo pari al 50% dei costi sostenuti fino ad un massimo di 40 mila euro
  • Medie imprese: contributo pari al 30% dei costi sostenuti fino ad un massimo di 25 mila euro
  • Reti di imprese: contributo pari al 50% dei costi sostenuti fino ad un massimo di 80 mila euro

Il decreto riapre e proroga il termine per la presentazione delle domande, presentabili a partire dal 10 dicembre 2020. La procedura di pre-compilazione delle domande e degli allegati sarà disponibile dal 30 novembre 2020.


[1] SUPERBONUS 110 % – Ultimi chiarimenti dall’Agenzia delle Entrate

Superbonus 110%: ristrutturazioni a costo zero grazie al rimborso fiscale previsto dal Decreto Rilancio

Bonus Centri Storici: Provvedimento del 12 novembre 2020 dell’Agenzia delle Entrate

Le misure governative continuano ad essere attuate, fornendo così un sollievo, anche se minimo, per quelle attività produttive che hanno risentito maggiormente della pandemia globale.

In questo senso si pongono gli ultimi aggiornamenti dell’Agenzia delle Entrate con il Provvedimento del 12 novembre 2020, avente ad oggetto la definizione del contenuto informativo, delle modalità e dei termini di presentazione dell’istanza per il riconoscimento del contributo a fondo perduto per attività economiche e commerciali nei centri storici di cui all’articolo 59 del decreto-legge 14 agosto 2020, n. 104.

Il comma 1 dell’articolo 59 del decreto-legge 14 agosto 2020, n. 104 (“Decreto Agosto”) prevede che:

É riconosciuto un contributo a fondo perduto ai soggetti esercenti attività di impresa di vendita di beni o servizi al pubblico, svolte nelle zone A [centri storici ai sensi del DM 2 aprile 1968, n. 1444] o equipollenti dei comuni capoluogo di provincia o di città metropolitana che, in base all’ultima rilevazione resa disponibile da parte delle amministrazioni pubbliche competenti per la raccolta e l’elaborazione di dati statistici, abbiano registrato presenze turistiche di cittadini residenti in paesi esteri:

a) per i comuni capoluogo di provincia, in numero almeno tre volte superiore a quello dei residenti negli stessi comuni;

b) per i comuni capoluogo di città metropolitana, in numero pari o superiore a quello dei residenti negli stessi comuni.

Oltre al requisito soggettivo, la legge determina che il contributo spetta a condizione che l’ammontare del fatturato e dei corrispettivi riferito al mese di giugno 2020 sia inferiore ai due terzi dell’ammontare del fatturato e dei corrispettivi realizzati nel corrispondente mese del 2019 (comma 2, primo periodo, dell’art. 59 del decreto).

Il suddetto requisito non si applica ai soggetti che hanno iniziato l’attività a partire dal 1°luglio 2019 nelle zone A dei comuni [centri storici ai sensi del DM 2 aprile 1968, n. 1444] di cui al comma1 dell’art. 59 del Decreto Agosto.

Si ricorda che il “bonus centri storici” non è cumulabile con il fondo per la filiera della ristorazione, previsto dall’articolo 58 del Decreto Agosto.

Potrete trovare il modulo e le relative istruzioni di compilazione sul sito dell’Agenzia delle Entrate.

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SUPERBONUS 110 % – Ultimi chiarimenti dall’Agenzia delle Entrate

Torniamo a parlare di Superbonus.

È infatti del 06 novembre 2020 la circolare dell’Agenzia delle Entrate che chiarisce alcuni punti oscuri in materia di interventi c.d. “trainanti” e “trainati” (per la cui definizione rimandiamo alla nostra precedente newsletter, che potete leggere qui).

In particolare, l’Agenzia si è soffermata su tre macro argomenti per le proprie precisazioni, ovverosia:

  • Ulteriore e più specifica definizione di accesso autonomo dall’esterno per le unità immobiliari interessate dagli interventi;
  • Lavori sulle parti comuni condominiali;
  • Immobili in Comuni interessati da eventi sismici.

Vediamo nello specifico i chiarimenti.

Unità immobiliari residenziali

Il D.L. 34/2020 ha previsto che gli interventi trainanti e trainati possono essere realizzati, tra gli altri, su edifici residenziali funzionalmente indipendenti, e con uno o più accessi autonomi dall’esterno, situati all’interno di edifici plurifamiliari e relative pertinenze. 

Per specificare meglio cosa debba intendersi con accesso autonomo, l’Agenzia delle Entrate aveva già precisato, con il decreto attuativo D.M. del 06 agosto 2020, che si deve trattare di un accesso chiuso da cancello o portone di ingresso, che consenta di entrare dal cortile o dal giardino di proprietà esclusiva ovvero dalla strada, senza specificarne la natura pubblica, ma comunque richiedendo che l’accesso non fosse di proprietà comune o utilizzato da altre unità immobiliari.

Successivamente, la L.126/2020 ha specificato che per accesso autonomo dall’esterno deve intendersi un accesso indipendente, non comune ad altre unità immobiliari, chiuso da cancello o portone d’ingresso che consenta l’accesso dalla strada o da cortile o da giardino anche di proprietà non esclusiva, andando quindi a ricomprendere nell’alveo degli edifici su cui possono svolgersi gli interventi anche le unità immobiliari a cui si accede da strade, cortili o giardini di proprietà condominiale o in comproprietà con terzi.

Sul punto, l’Agenzia delle Entrate, con la predetta circolare ha specificato che sono da ricomprendersi anche le unità immobiliari alle quali si accede tramite “una strada privata e/o in multiproprietà, o attraverso un terreno di utilizzo comune, ma non esclusivo, non essendo rilevante la proprietà pubblica o privata e/o esclusiva del possessore dell’unità immobiliare all’accesso in questione ovvero quando si è in presenza di accesso anche da cortile/passaggio comune che affaccia su strada”.

In conclusione, quindi, possono accedere al Superbonus coloro che vogliano eseguire i lavori ammessi dalla normativa in materia e che insistano su immobili con accesso da strada, cortile o giardino che risultino di proprietà pubblica ovvero di proprietà privata, senza che rilevi l’eventuale comproprietà con un terzo o la comproprietà condominiale.

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Superbonus 110%: ristrutturazioni a costo zero grazie al rimborso fiscale previsto dal Decreto Rilancio

Superbonus 110%: ristrutturazioni a costo zero grazie al rimborso fiscale previsto dal Decreto Rilancio

Un’incredibile opportunità di crescita per il paese.
Un incentivo per i nostri immobili.
L’occasione per ristrutturare le nostre abitazioni godendo di un importante rimborso fiscale.
 
Il Superbonus 110%, previsto dal Decreto-legge 18 maggio 2020, n. 34 (c.d. Decreto Rilancio) rappresenta un’opportunità incredibile per la crescita del settore impiantistico ed edilizio e per i singoli cittadini, permettendo a persone fisiche di ristrutturare le proprie abitazioni di fatto godendo di un rimborso fiscale superiore alla spesa effettuato.
 
Il sovracitato decreto ha previsto, infatti, il potenziamento delle detrazioni fiscali fino al 110% con un c.d. “Superbonus” per gli interventi di efficientamento energetico (Ecobonus 110%) e di riduzione del rischio sismico (Sismabonus 110%), sostenuti dal 1° luglio 2020 al 31 dicembre 2021, e la possibilità di trasformare le suddette detrazioni in un credito d’imposta cedibile a terzi. È in discussione la possibilità di allungare i termini oltre il 2021.
 
La ratio di questo intervento è molteplice: infatti, la crescente sensibilità nei confronti delle tematiche ambientali trova risposta in incentivi che consentiranno maggiori investimenti per l’installazione di impianti fotovoltaici e di strutture per la ricarica di veicoli elettrici negli edifici. L’intermediario diventa, quindi, coadiutore nell’incrementare l’economia reale a beneficio di imprese e famiglie, mettendo subito a disposizione la liquidità e l’assistenza necessarie, velocizzando l’avvio del rilancio.
 
Per accedere al superbonus 110% è necessario rispettare alcune caratteristiche: almeno uno degli interventi effettuati deve essere “trainante”.
Gli interventi trainanti di efficientamento energetico che possono generare il “Superbonus 110%” sono quattro: Sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale esistenti con impianti specifici più performanti negli edifici unifamiliari; ciò che va in detrazione in questo specifico caso sono i lavori necessari a tale sostituzione, oltre a smaltimento e bonifica del vecchio impianto; Sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale esistenti con impianti specifici più performanti; ciò che va in detrazione in questo specifico caso sono i lavori necessari a tale sostituzione che interessano le parti comuni dell’edificio, oltre a smaltimento e bonifica del vecchio impianto; Isolamento termico delle superfici opache verticali e orizzontali con un’incidenza superiore al 25% della superficie disperdente totale lorda, con materiali isolanti che rispettino i requisiti ambientali minimi ambientali minimi di cui al decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare 11 ottobre 2017; Riduzione del rischio sismico effettuati su immobili localizzati nelle zone sismiche 1, 2 e 3, che determinino il passaggio a due classi di rischio inferiori.  
Anche interventi “trainati”, qualora svolti insieme ai “trainanti”, potranno beneficiare del Superbonus al 110%. Tra questi, a titolo non esaustivo: il cambio degli infissi, la ristrutturazione di facciate, l’installazione di impianti fotovoltaici e la realizzazione di colonnine necessarie per la ricarica delle auto elettriche.
 
Ulteriore condizione da rispettare per beneficiare dell’Ecobonus 110% è il miglioramento di almeno due classi energetiche (o il raggiungimento della classe energetica più alta).
 
Accedere al Superbonus 110% da un punto di vista fiscale è possibile grazie a tre opzioni: la cessione del credito d’imposta all’impresa appaltatrice grazie allo sconto in fattura; la cessione del credito d’imposta ad una banca; la detrazione fiscale del credito d’imposta, suddivisa su 5 anni.  
Ulteriori dettagli saranno disponibili nella prossima newsletter.

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Azione di inefficacia ex art. 44 Legge fallimentare: sentenza di fallimento produttiva di effetti a partire dall’ora “zero” e legittimazione passiva

Un Fallimento proponeva ricorso ex art. 702 bis c.p.c., avente ad oggetto l’accertamento della inefficacia – ai sensi della L. Fall., art. 44 – nei confronti della massa dei creditori, dei pagamenti eseguiti dalla società con addebito sui propri conti bancari lo stesso giorno in cui era stata dichiarata fallita, a favore di una Srl.

Il Fallimento chiedeva altresì la condanna della banca alla restituzione della complessiva somma  corrispondente ai pagamenti inefficaci.

Il Tribunale di Torino, con ordinanza ex art. 702 ter c.p.c., rigettava la domanda del Fallimento avendo fornito prova la banca, attraverso la certificazione della CCIAA, che i pagamenti erano stati  eseguiti in orari anteriori a quello in cui la sentenza dichiarativa di fallimento era stata annotata nel registro delle imprese, con efficacia verso i terzi, ai sensi della L. Fall., art. 16, comma 2 e art. 17, comma 2, come sostituiti dal D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5 e dal D.Lgs. 12 settembre 2007n. 169.

La Corte d’appello di Torino, con sentenza, in totale riforma della decisione di prime cure:

– dichiarava inefficaci i pagamenti, applicando il principio giurisprudenziale per cui gli effetti della sentenza dichiarativa di fallimento venivano a prodursi, tanto per le parti quanto per l’opponibilità ai terzi, alla ora “0” dello stesso giorno di deposito della sentenza, interpretazione fornita dalla Corte di legittimità in assenza di espressa disposizione legislativa che attribuisse rilevanza anche all’ora – oltre che alla data – di pubblicazione della sentenza dichiarativa di fallimento, ai sensi dell’art. 133 c.p.c., ovvero all’ora della iscrizione della stessa nel registro delle imprese, ai sensi della L. Fall., art. 17, comma 2 e non sussistendo valide ragioni per diversificare il trattamento delle due ipotesi.
La Suprema Corte di Cassazione, con la recentissima sentenza n. 7477 del 20/03/2020, ha statuito che non vi è ragione di discostarsi dal principio di diritto secondo cui, in mancanza della

prescrizione legale, tra gli elementi di individuazione della data della sentenza dichiarativa di fallimento, anche dell’annotazione della ora in cui la decisione è stata emessa, l’efficacia della sentenza inizia dalla prima ora di quel medesimo giorno (ora zero) e, pertanto, il fallito resta privo dell’amministrazione e della disponibilità dei beni e debbono ritenersi inefficaci gli atti dallo stesso compiuti e i pagamenti a lui effettuati, dal suddetto inizio di quella giornata, indipendentemente dall’ora in cui tali atti siano stati eseguiti.

Prosegue la Corte, “In tema azione di inefficacia ex articolo 44 Legge fallimentare per pagamenti effettuati dal fallito successivamente alla dichiarazione di fallimento, se i pagamenti sono avvenuti tramite bonifico bancario, l’azione dichiarativa dell’inefficacia deve essere rivolta nei riguardi del terzo creditore-accipiens quale unico legittimato passivo, in quanto diretta a privare l’atto giuridico di pagamento dell’effetto estintivo del debito”.

 La banca -delegata (alla quale il fallito ha dato ordine di bonifico) rimane estranea al rapporto obbligatorio tra il fallito e il terzo creditore e non è quindi destinataria né dell’azione di inefficacia, né dell’azione di condanna alla restituzione.

Autore: Avv. Daniele Enrico Paci, LSC Lex

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APPALTI TRA PRIVATI: GARANZIA PER VIZI E DIFETTI E INVOCABILITA’ TEMPORALE

Con una recentissima pronuncia, il Tribunale di Milano (sez. VII , 12/03/2020 , n. 2117) ha espresso il seguente principio: “Nel caso in cui l’appaltatore non abbia portato a termine l’esecuzione dell’opera commissionata, restando inadempiente all’obbligazione assunta con il contratto, la disciplina applicabile nei suoi confronti è quella generale in materia di inadempimento contrattuale, dettata dagli artt. 1453 e 1455 c.c. , mentre la speciale garanzia prevista dagli artt. 1667 e 1668 c.c. trova applicazione nella diversa ipotesi in cui l’opera sia stata portata a termine, ma presenti vizi, difformità o difetti”.

Il caso trae origine da un atto di citazione notificato da una società per sentire accertare il proprio diritto al pagamento del corrispettivo dei lavori di ristrutturazione eseguiti presso le ville di proprietà della convenuta.

La attrice ha dedotto di avere ricevuto l’incarico di eseguire i lavori indicati nel preventivo di massima redatto dalla ditta ed accettato dalla convenuta e di avere eseguito le opere in parte nel 2013 ed in parte nel marzo 2014 quando era stata fatta un’altra trasferta per completare i lavori e per eseguire la bonifica del seminterrato con funzione di vespaio da cui risaliva umidità.

Secondo la prospettazione attorea, la ditta non aveva potuto ultimare i lavori di bonifica per fatto della committente che non aveva consentito l’accesso degli autocarri per il trasporto del materiale.

Si è costituita la convenuta che ha chiesto il rigetto della domanda attorea. In particolare la convenuta ha dedotto che nel corso dei lavori erano sorte varie problematiche circa la buona esecuzione delle opere in quanto la piscina era stata solo rappezzata e non rifatta, vi erano perdite, malfunzionamenti, rotture ed infiltrazioni e persisteva il problema dell’umidità.

Inoltre  ha contestato la contabilità dei lavori prodotta dall’impresa in quanto unilateralmente redatta dalla stessa e non corrispondente al reale avanzamento dei lavori.

In via riconvenzionale, la convenuta ha chiesto l’accertamento della risoluzione del contratto di appalto per inadempimento della convenuta e la condanna della convenuta al risarcimento dei danni derivanti dai vizi dell’opera o in subordine alla riduzione del corrispettivo.

Il risvolto del principio sposato dal Tribunale di Milano, che nel caso di specie ha accolto parzialmente la domanda attorea, non è secondario: in caso di omesso completamento dell’opera, anche se questa, per la parte eseguita, risulti difettosa o difforme, non è comunque consentito, al fine di accertare la responsabilità dell’appaltatore per inesatto adempimento, fare ricorso alla disciplina della garanzia prevista dagli artt. 1667 e 1668 c.c.  che, per l’appunto, richiede necessariamente il totale compimento dell’opera.

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Accertamento negativo del credito bancario e onere probatorio del correntista

La Corte di Cassazione con sentenza n. 7895/20, depositata il 17 aprile, ha stabilito che il correntista, che agisce in giudizio per la ripetizione dell’indebito, deve fornire la prova non solo degli avvenuti pagamenti, ma anche della mancanza, rispetto agli stessi, di una valida “causa debendi”.  

La vicenda. Gli attori agivano in giudizio nei confronti di una banca per accertare e dichiarare che dal 1992 avevano intrattenuto un rapporto di conto corrente con una filiale della stessa; chiedevano la nullità di alcune clausole contrattuali in violazione dell’art. 1283 c.c. con la condanna dell’istituto convenuto alla restituzione delle somme illegittimamente trattenute.

 Mentre il Tribunale rigettava la domanda attorea, la Corte d’Appello, in secondo grado, dichiarava la nullità delle clausole contrattuali relative alla capitalizzazione trimestrale degli interessi e al loro tasso ultralegale nonché dichiarava indimostrato il saldo passivo del conto corrente. La banca così impugna la sentenza della Corte territoriale, dinanzi alla Suprema Corte, lamentando violazione dell’art. 2697 c.c. in tema di accertamento negativo.

L’onere probatorio del correntista. Sulla base di un consolidato orientamento giurisprudenziale, alle controversie tra banca e correntista, introdotte su domanda si quest’ultimo per contestare il saldo negativo (per il cliente) e per far rideterminare i movimenti e il saldo finale del rapporto e ottenere così la condanna della banca al pagamento delle maggiori spettanze dell’attore, «quest’ultimo è gravato dal corrispondente onere probatorio, che attiene agli aspetti oggetto della contestazione».

Il correntista, che agisca in giudizio per la ripetizione dell’indebito deve fornire la prova non solo degli avvenuti pagamenti, ma anche della mancanza, rispetto agli stessi, di una valida “causa debendi”, avendo quindi l’onere di dimostrare, attraverso documenti, l’andamento del rapporto con la produzione di tutti gli estratti conto che evidenziano le singole rimesse, suscettibili di ripetizione in quanto riferite a somme non dovute.
E, poiché la Corte d’Appello non si è uniformata a tale principio, esonerando i correntisti dall’onere probatorio sopra indicato, i Giudici di legittimità accolgono il ricorso in esame.

Tratto da “Diritto e Giustizia” del 20 aprile 2020.

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Sull’efficacia dei provvedimenti economici adottati in separazione in pendenza del giudizio di divorzio

La Corte di Cassazione civile (sez. I, 27/03/2020, n.7547) è tornata a pronunciarsi sul principio per cui il giudice della separazione è investito della potestas iudicandi sulla domanda di attribuzione o modifica del contributo di mantenimento per il coniuge e i figli anche quando sia pendente il giudizio di divorzio, a meno che il giudice del divorzio non abbia adottato provvedimenti temporanei e urgenti nella fase presidenziale o istruttoria, i quali sono destinati a sovrapporsi a (e ad assorbire) quelli adottati in sede di separazione solo dal momento in cui sono adottati o ne è disposta la decorrenza.

Di conseguenza, i provvedimenti economici adottati nel giudizio di separazione anteriormente iniziato sono destinati ad una perdurante vigenza fino all’introduzione di un nuovo regolamento patrimoniale per effetto delle statuizioni (definitive o provvisorie) rese in sede divorzile.

Si spiega in tal modo perché la pronuncia di divorzio, operando ex nunc dal momento del passaggio in giudicato, non comporti la cessazione della materia del contendere nel giudizio di separazione personale (o di modifica delle condizioni di separazione) iniziato anteriormente e ancora pendente, ove esista l’interesse di una delle parti all’operatività della pronuncia e dei conseguenti provvedimenti patrimoniali.

Fonte:

Diritto & Giustizia 2020, 30 marzo

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COVID 19: COME GESTIRE LA CRISI DA SOVRAINDEBITAMENTO

Il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili e la Fondazione Nazionale dei Commercialisti hanno pubblicato, lo scorso 6 aprile, un documento nel quale forniscono le prime indicazioni operative per la gestione delle procedure di composizione della crisi da sovraindebitamento.

 La finalità del documento è quella di supportare il più possibile l’attività dei professionisti coinvolti nella gestione delle sopradette procedure, offrendo soluzioni interpretative che permettono di adeguare al contesto emergenziale COVID-19 le previsioni della legge n. 3/2012.

Sospensione e modifica. Nel dettaglio, le indicazioni fornite sono finalizzate a: richiedere al Giudice la sospensione dell’esecuzione degli accordi o dei piani omologati e accordare al debitore la possibilità di modificare gli stessi, anche successivamente all’omologazione, così da agevolarne l’esecuzione, semplificando la prosecuzione dei procedimenti pendenti.

In particolare, il documento chiarisce che, dinanzi alle sopravvenute esigenze dei debitori dovute all’attuale situazione di emergenza derivante dalla diffusione del Covid-19, gli OCC, e per essi i gestori della crisi, hanno la possibilità di:

  • richiedere al Giudice la sospensione dell’esecuzione del piano del consumatore o dell’accordo di composizione della crisi, attenendosi ai conseguenziali provvedimenti dallo stesso assunti;
  • applicare quanto disposto dall’art. 13, c. 4-ter, l. n. 3/2012, ove l’emergenza determini una carenza di liquidità del debitore tale da richiedere una modifica delle condizioni e/o delle tempistiche di adempimento, indicate nel piano del consumatore o nell’accordo di composizione della crisi già omologati, con conseguente rinnovo dei procedimenti relativi alla formazione e all’omologazione dell’accordo ovvero all’omologazione del piano;
  • confrontarsi con il Giudice sulla possibilità di adottare la soluzione interpretativa descritta, laddove le modifiche da proporre attengano esclusivamente a una dilazione delle scadenze originariamente pattuite nell’accordo di composizione della crisi.

 Tratto da DE IURE – “IL FALLIMENTARISTA” del 17 aprile 2020

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La legittimazione ad agire dello studio associato per i crediti delle prestazioni dei singoli professionisti

L’ordinamento interno e l’amministrazione delle associazioni non riconosciute sono regolati dagli accordi tra gli associati, i quali hanno la facoltà di attribuire all’associazione la legittimazione a stipulare contratti e acquisire la titolarità di rapporti poi delegati ai singoli aderenti e da essi personalmente curati. Laddove gli associati abbiano deciso per tale soluzione, sussiste la legittimazione dello studio professionale associato rispetto ai crediti per le prestazioni svolte dai singoli professionisti a favore del cliente che ha conferito l’incarico.

Lo ha chiarito la Cassazione con ordinanza n. 7898/20 depositata il 17 aprile.

Il caso. Lo studio associato presentava domanda di ammissione al passivo del fallimento della società per un credito da prestazioni professionali. A seguito della parziale ammissione del credito da parte del giudice delegato, lo studio proponeva opposizione, che veniva successivamente dichiarata inammissibile dal Tribunale per mancanza di legittimazione ad agire.
Avverso tale ultimo decreto, lo studio ricorre per cassazione denunciando violazione e falsa applicazione dell’art. 36 c.c., lamentando l’erronea affermazione da parte del Tribunale, con rilievo d’ufficio, della carenza di legittimazione processuale dello studio, dovuta alla confusione di tale situazione meramente processuale con l’effettiva titolarità del rapporto oggetto di causa.

Legittimazione ad agire dello studio associato. 

La Cassazione afferma che, ai sensi dell’art. 36 c.c., l’ordinamento interno e l’amministrazione delle associazioni non riconosciute sono regolati dagli accordi tra gli associati, i quali hanno la facoltà di attribuire all’associazione la legittimazione a stipulare contratti e acquisire la titolarità di rapporti poi delegati ai singoli aderenti e da essi personalmente curati. Laddove gli associati abbiano deciso per tale soluzione, sussiste la legittimazione dello studio professione associato rispetto ai crediti per le prestazioni svolte dai singoli professionisti a favore del cliente che ha conferito l’incarico.

A tal proposito, continua la Corte, si è precisato che «la domanda di insinuazione al passivo proposta da uno studio associato fa presumere l’esclusione della personalità del rapporto d’opera professionale da cui quel credito è derivato e dunque l’insussistenza dei presupposti per il riconoscimento del privilegio in oggetto», salva l’allegazione e la prova di un accordo tra gli associati che preveda la cessione all’associazione del credito al compenso per la prestazione professionale.
Nella fattispecie, la Suprema Corte ritiene pacifico che l’insinuazione al passivo fallimentare sia stata proposta dallo studio associato e che lo stesso sia stato parzialmente ammesso al passivo del fallimento, proponendo l’opposizione ex art. 98 l. fall., al fine del riconoscimento del privilegio. Pertanto, essendosi formato giudicato endofallimentare, il giudice dell’opposizione non poteva prendere nuovamente in considerazione ex officio la questione relativa all’ammissione del credito dello studio, e da ciò discende la legittimazione dello stesso ad impugnare il provvedimento di esclusione del privilegio.

Per tutti questi motivi, la Corte di Cassazione accoglie il ricorso e rinvia al tribunale per nuovo esame.

Tratto da “Diritto e Giustizia” del 20 aprile 2020 Sezione Fallimento.