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RESPONSABILITA’ SANITARIA E CONTRATTO DI SPEDALITA’: ULTIME PRONUNCE DI MERITO

Il Tribunale di Milano, con una interessante e recentissima pronuncia (Sentenza Sez. I, n. 1351 del 12/02/2020), torna a pronunciarsi sulla natura contrattuale della responsabilità della Struttura Sanitaria nei confronti del paziente, nonché sul ruolo degli ausiliari.

Il caso trae origine dalla citazione avanzata dagli eredi della paziente nei confronti dell’Istituto Clinico, per ottenere la condanna al risarcimento di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali, permanenti e temporanei subiti dalla stessa a seguito di intervento chirurgico eseguito senza indicazione alcuna e nonostante il parere dell’anestesista che aveva attribuito alla paziente una classe di rischio anestesiologico ASA III.

L’Istituto clinico costituitosi ha evidenziato l’assenza di responsabilità propria e dei propri sanitari perché l’intervento era indicato e correttamente eseguito ed ha contestato le somme richieste a titolo di risarcimento, perché ritenute eccessive e sproporzionate.

La Suprema Corte ha statuito che l’accettazione del paziente nella struttura deputata a fornire assistenza sanitaria e ospedaliera comporta la conclusione di un contratto atipico “di spedalità”.

L’obbligazione scaturente dal contratto genericamente detta di assistenza sanitaria, ha un contenuto complesso, perché comprende sia la prestazione medica o chirurgica principale sia una serie di obblighi cd. accessori, consistenti nella messa a disposizione del personale medico, ausiliario e infermieristico, dei medicinali e delle attrezzature tecniche necessarie e nelle prestazioni latu sensu alberghiere comprendenti il ricovero e la fornitura di alloggio, vitto e assistenza al paziente fino alla sua dimissione.

Se la struttura si avvale della “collaborazione” dei sanitari persone fisiche (utilità) si trova del pari a dover rispondere dei pregiudizi da costoro eventualmente cagionati (danno): la responsabilità di chi si avvale dell’esplicazione dell’attività del terzo per l’adempimento della propria obbligazione contrattuale trova radice non già in una colpa “in eligendo” degli ausiliari o “in vigilando” circa il loro operato, bensì nel rischio connaturato all’utilizzazione dei terzi nell’adempimento dell’obbligazione, realizzandosi, e non potendo obliterarsi, l’avvilimento dell’attività altrui per l’adempimento della propria obbligazione, comportante l’assunzione del rischio per i danni che al creditore ne derivino.

 La struttura medica risponde, quindi, a titolo contrattuale per la mancata o scorretta esecuzione di ciascuna delle prestazioni ricomprese nell’obbligazione assunta, ivi inclusa la prestazione medica principale.

Autore: Avv. Daniele Enrico Paci oppure postato da Lsc Lex

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Le clausole di limitazione della responsabilità ex articolo 1229 codice civile: l’essenza e l’individuazione del nesso funzionale.

La Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n. 18338 del 12/07/2018, ha espresso un principio di notevole portata, relativo al tentativo di aggiramento dei patti che escludono o limitano preventivamente la responsabilità del debitore in caso di dolo o di colpa, grave mediante l’inserzione di una clausola penale che contempli al suo interno la modesta entità dell’importo risarcibile.

Il caso traeva origine dalla richiesta di risarcimento formulata dalla titolare di un esercizio commerciale nei confronti  dell’istituto di vigilanza responsabile del danno subito, a causa del furto perpetrato da ignoti nel locale, non avendo la società diligentemente adempiuto alle obbligazioni del contratto di servizio stipulato con la  proprietà che imponeva, in caso di segnalazione di allarme, di effettuare un accurata ispezione del locale, che nella specie presentava evidenti segni esteriori di effrazione della saracinesca, della finestra sul retro e di alcune grate collocate nel muro perimetrale.

La clausola contrattuale disponeva che “L’Istituto non presta alcuna garanzia nè si assume alcune responsabilità per eventuali furti, danni ed in genere pregiudizi subiti dall’Utente… Nel caso di comprovato inadempimento nell’esecuzione del servizio e di comprovata riferibilità dei danni a tale inadempimento, l’istituto sarà tenuto unicamente a versare all’Utente, a titolo di penale fissa, una somma pari ad una mensilità del canone in corso. E’ esclusa pertanto ogni risarcibilità di eventuale danno ulteriore subito dall’Utente”.

La Suprema Corte ha stigmatizzato la liceità di clausole di tal fatta, statuendo che l’irrisorietà del danno pattuito preventivamente sotto forma di clausola penale costituisce elemento sintomatico dell’aggiramento del divieto di limitazione di responsabilità stabilito dall’ art. 1229, comma 1, c.c.

Ne consegue che deve ritenersi illegittima una clausola penale, inserita in un contratto di vigilanza di un esercizio commerciale, contenente la previsione di limitazione dell’ammontare del danno risarcibile, cagionato dal mancato od inesatto adempimento della prestazione di vigilanza, in misura pari alla rata mensile del corrispettivo, di entità modesta, e nel contempo escluda la responsabilità dell’Istituto di vigilanza “per eventuali furti”, così sostanzialmente interrompendo il nesso funzionale tra la corretta esecuzione del servizio e la prevenzione della commissione di furti ai danni del cliente.

Autore: Avv. Daniele Enrico Paci oppure postato da Lsc Lex

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Processo tributario: rinvio udienze e sospensione termini

L’Agenzia delle Entrate, con la circolare n. 10/2020, ha fornito chiarimenti in merito a quanto previsto nell’83 del Cura Italia e nell’art. 36 del Decreto Liquidità e con un comunicato stampa del 16 aprile, ha informato di aver emanato una circolare, la n. 10/E, contenente le istruzioni sul rinvio delle udienze tributarie e la sospensione dei termini processuali. 

La Circolare n. 10/E del 16 aprile 2020 fornisce chiarimenti in tema di:

  • rinvio delle udienze,
  • sospensione dei termini,

relativamente ai procedimenti tributari, ed in riferimento agli articoli:

Rinvio delle udienze

L’art. 83, c. 1, del Cura Italia, dispone che “Dal 9 marzo 2020 al 15 aprile 2020 le udienze dei procedimenti civili e penali pendenti presso tutti gli uffici giudiziari sono rinviate d’ufficio a data successiva al 15 aprile 2020”, mentre, ai sensi del c. 21 dell’articolo 83, le disposizioni dello stesso articolo, in quanto compatibili, si applicano anche ai procedimenti relativi alle commissioni tributarie. A ciò si aggiunga che l’art. 36, c.1, del dl n. 23/2020 (“Liquidità Italia”), statuisce che il termine del 15 aprile 2020 (previsto dall’art. 83, c. 1 e 2, del d.l. n. 18/2020 è prorogato all’11 maggio 2020. Conseguentemente il termine iniziale del periodo previsto dal c. 6 del predetto articolo è fissato al 12 maggio 2020. Ne consegue che le udienze già fissate nell’intervallo temporale tra il 9 marzo 2020 e l’11 maggio 2020, vengono rinviate d’ufficio.

Fanno eccezione i procedimenti:

  • di sospensione cautelare della esecutività provvisoria delle sentenze oggetto di impugnazione, 
  • la cui ritardata trattazione può produrre grave pregiudizio alle parti (quale, ad esempio, quello finalizzato alla sospensione degli effetti dell’atto impugnato).

Sospensione dei termini processuali

Le disposizioni sulla sospensione dei termini, con l’ulteriore estensione della finestra temporale dal 9 marzo 2020 all’11 maggio 2020 prevista dal Dl “Liquidità” (n. 23/2020), secondo il documento in questione, sono da intendersi di “amplissima portata” e con riferimento a tutti gli adempimenti processuali, tra cui:

  • la proposizione dell’appello, del ricorso per cassazione e del controricorso, dell’atto di riassunzione,
  • la costituzione in giudizio del ricorrente e del resistente,
  • l’integrazione dei motivi di ricorso,
  • la proposizione del reclamo contro i provvedimenti presidenziali.

Al contrario, la sospensione non opera su ulteriori termini, quali:

  • quelli relativi ai procedimenti cautelari, 
  • quelli soggetti alla sospensione di nove mesi prevista dall’art. 6 del Dl n. 119/2018, in tema di definizione agevolata delle liti pendenti, 
  • quello del 31 maggio 2020 concernente il pagamento della quinta rata relativa alla predetta definizione agevolata.

Sospensione termini per proporre il ricorso di primo grado e per la conclusione del procedimento di mediazione

Sono stati inoltre sospesi:

  • il termine per la proposizione del ricorso di primo grado da parte del contribuente,
  • il termine di 90 giorni per la conclusione del procedimento di mediazione, relativo alle controversie di valore non superiore a 50.000 euro,
  • il termine di 20 giorni per il versamento del totale, ovvero della prima rata, delle somme dovute sulla base dell’accordo di mediazione raggiunto tra le parti.

Termini che iniziano durante il periodo di sospensione

L’art. 83, c. II, secondo periodo del dl n.18/2020 (“Cura Italia”), statuisce che “Ove il decorso del termine abbia inizio durante il periodo di sospensione, l’inizio stesso è differito alla fine di detto periodo”. Per l’effetto, viene spiegato nella Circolare, ove il termine inizi a decorrere nell’intervallo temporale incluso tra il 9 marzo 2020 e l’11 maggio 2020, l’inizio di detto termine viene automaticamente posposto al 12 maggio 2020. Ad esempio, per un accordo di mediazione semmai concluso durante il periodo di sospensione, come in data 9 marzo 2020, il termine per il versamento dell’intera somma dovuta o della prima rata decorre dal 12 maggio 2020, con scadenza al 31 maggio 2020.

Fonte: Altalex

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la Depenalizzazione dell’Omesso Versamento di Ritenute Previdenziali ed Assistenziali

A partire dal 6 febbraio 2016 sono entrati in vigore i decreti legislativi nn. 7 e 8 del 15 gennaio 2016, i quali hanno introdotto rilevanti novità all’interno dell’ordinamento giuridico italiano, in particolare è stato depenalizzato il reato di:

  • omesso versamento di ritenute previdenziali entro il limite di euro 10.000,00, previsto dall’art. 2, comma 1-bis della legge 11 novembre 1983, n. 638.

Nella stessa ottica di snellimento della “macchina penale”, con ildecreto legislativo numero 158 del 24 settembre 2015, in vigore dal 22 ottobre 2015, è stata:

  • elevata dagli originari euro 50.000 ad euro 250.000 la soglia di punibilità per i reati di omesso versamento dell’IVA per ciascun periodo di imposta.

Normativa applicabile:

  • per le condotte successive al 6 febbraio 2016 troverà applicazione la nuova disciplina;
  • per le condotte commesse anteriormente a tale data e per il cui accertamento è ancora pendente il procedimento penaletroverà applicazione la nuova disciplina in virtù della previsione espressa dell’articolo 8 del decreto n. 8 del 2016 (in ossequio al generale principio del favor rei);
  • per i procedimenti già definiti con sentenza o decreto irrevocabili, il giudice dell’esecuzione revocherà la sentenza o il decreto, ex articolo 673 c.p.p., dichiarando che il fatto non è previsto dalla legge come reato.

Rimedi oggi esperibili per coloro che hanno omesso il versamento delle ritenute previdenziali e I.V.A. entro i limiti sopra indicati:

  • per le condotte commesse anteriormente a tale data e per il cui accertamento è ancora pendente il procedimento penaleil giudice pronuncerà, ai sensi dell’art. 129 c.p.p, sentenza inappellabile perché il fatto non è previsto dalla legge come reato, disponendo la trasmissione degli atti all’autorità amministrativa competente;
  • per i procedimenti già definiti con sentenza o decreto irrevocabili, il giudice dell’esecuzione, su istanza promossa dalla persona condannata, revocherà la sentenza o il decreto, ex articolo 673 c.p.p., dichiarando che il fatto non è previsto dalla legge come reato.

Fonti:
D.Lgs. 15 gennaio 2016, n.7
D.Lgs. 15 gennaio 2016, n.8 Per ulteriori informazioni ed assistenza saremo felici di ricevere le Vostre richieste a: info@lsclex.com

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IL NUOVO CODICE DEI CONTRATTI PUBBLICI

Con il decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50 viene dettata la nuova disciplina dei contratti pubblici, in particolare degli appalti e delle concessioni.
Il decreto, in attuazione della legge delega n. 11 del 2016, recepisce le previsioni dettate dalle direttive 2014/23/UE, 2014/24/UE e 2014/25/UE.
Il nuovo Codice contiene criteri di semplificazione, snellimento, riduzione delle norme in materia, rispetto del divieto di gold plating, ovvero un divieto di eccessiva burocratizzazione non necessaria che vada a dispetto della efficienza, che deve invece caratterizzare la disciplina per garantire la competitività e l’attrattività per gli investitori.
La nuova disciplina è autoapplicativa, viene dato un ruolo di primo piano alla ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione), la quale avrà il compito di elaborare delle linee guida, tipici strumenti di soft law, le quali contribuiranno ad assicurare la trasparenza, l’omogeneità e la speditezza delle procedure e fornire criteri unitari. Esse dovranno essere approvate con decreto del Ministro delle infrastrutture e previo parere delle competenti commissioni parlamentari.
Vengono disciplinate altresì le regole per ogni tipologia di affidamento contrattuale che devono essere rispettose delle regole generali delle procedure ad evidenza pubblica: trasparenza, economicità, efficacia, correttezza, tempestività, libera concorrenza, non discriminazione, applicabilità dei contratti collettivi al personale impiegato nei lavori, servizi e forniture oggetto dei contratti, applicabilità della legge 241/1990, individuazione del RUP, suddivisione in fasi delle procedure, controlli sugli atti di affidamento e i criteri di sostenibilità energetica e ambientale.
Viene introdotto un nuovo rito “specialissimo” che si affianca al rito appalti, previsto dall’articolo 204 del D.lgs. 50/2016 per le controversie in materia di ammissione ed esclusione delle offerte.
In conclusione si evidenzia che per la prima volta si detta una disciplina espressa dell’in house providing, prevedendo la possibilità per le società di avere dei soci privati (seppure non in misura tale da influenzare le scelte strategiche della società) e di operare (massimo per il 20 %) sul mercato.

Fonti normative:

  • Decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50;
  • Parere del Consiglio di Stato n. 855 del 1 aprile 2016

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L’ESDEBITAZIONE: D.D.L. RORDORF

L’esdebitazione si concreta in un beneficio che viene riconosciuto al debitore mediante la dichiarazione di inesigibilità dei crediti non integralmente soddisfatti attraverso la liquidazione del patrimonio ed è condizionato alla sussistenza di una serie di requisiti soggettivi ed oggettivi.
L’istituto è volto a garantire al debitore una fresh start, ovvero la possibilità di rimettersi “in bonis” nel circuito economico.
Il progetto di riforma elaborato dalla commissione Rordorf, il cui progetto di disegno di legge è stato approvato dal Consiglio dei Ministri in data 11 febbraio 2016, prevede una rilevante modificazione della attuale disciplina, dettata dalla legge fallimentare e dalla legge n. 3 del 2012, per renderla conforme alla disciplina euro unitaria (Raccomandazione 12 marzo 2014 n. 135 e Regolamento UE 2015/848).
Nell’attuale panorama normativo si devono distinguere due tipologie di esdebitazione:

  • nelle procedure di liquidazione giudiziale: in questi casi le novità si concretano nell’ammettere l’esdebitazione quando siano ancora in corso le attività di liquidazione, ma siano passati almeno tre anni dalla sua apertura (oggi si prevede che possa essere chiesta a partire dalla chiusura della procedura e fino all’anno successivo a tale momento), nel prevedere nuove forme di esdebitazione per le insolvenze minori (viene eliminata la necessità di un formale provvedimento del tribunale, salva la possibile opposizione dei creditori) e soprattutto si prevede l’estensione della stessa anche alle persone giuridiche (in questo caso i presupposti per la sussistenza dei requisiti di meritevolezza devono essere riferibili alla condotta degli amministratori e, nel caso di società di persone, dei soci);
  • nella disciplina del sovraindebitamento: anche in questo ambito si ha l’estensione alle persone giuridiche. Si prevede un’ulteriore profilo di novità: il debitore ritenuto meritevole potrà accedere per una sola volta al beneficio anche qualora non sia in grado di offrire ai creditori alcuna utilità (presente o futura), salvo l’obbligo di pagamento dei debiti entro tre anni ove sopravvengano utilità.

Fonti normative:

  • Legge n. 3 del 2012;
  • Raccomandazione 12 marzo 2014 n. 135;
  • Reg. UE n. 848/2015.

Per ulteriori informazioni ed assistenza saremo felici di ricevere le Vostre richieste a: info@lsclex.com

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BENI DUAL USE

Beni e tecnologie duali vengono definiti dal Ministero dello Sviluppo Economico: “quelli utilizzabili in applicazioni civili ma anche nella produzione, sviluppo e utilizzo di beni militari”.
Dato il contesto storico nel quale ci si trova e la pericolosità intrinseca degli stessi, la loro esportazione è assoggettata ad un sistema di controllo molto stringente, regolamentato attraverso un sistema comune di norme a livello comunitario volto a regimentarne la circolazione all’interno dell’ambito territoriale della Unione ma anche all’esterno della stessa, in particolare verso quei Paesi considerati particolarmente sensibili su questo tema.
In questo senso, la disciplina normativa di riferimento è dettata da:

  • Regolamento di esecuzione (UE) 2016/1375 della Commissione del 29 luglio 2016, che modifica il Regolamento (UE) n. 267/2012 del Consiglio concernente misure restrittive nei confronti dell’Iran;
  •  Regolamento delegato (UE) n. 2420/2015 della Commissione del 12 ottobre 2015, che modifica il regolamento (CE) n. 428/2009 del Consiglio che istituisce un regime comunitario di controllo delle esportazioni, del trasferimento, dell’intermediazione e del transito di prodotti a duplice uso;
  • Regolamento delegato (UE) n. 1382/2014 della Commissione del 22 ottobre 2014, che modifica il Regolamento (CE) n. 428/2009 del Consiglio, che istituisce un regime comunitario di controllo delle esportazioni, del trasferimento, dell’intermediazione e del transito di prodotti a duplice uso;
  •  Regolamento (UE) N. 599/2014 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 16 aprile 2014 che modifica il regolamento (CE) n. 428/2009 del Consiglio che istituisce un regime comunitario di controllo delle esportazioni, del trasferimento, dell’intermediazione e del transito di prodotti a duplice uso;
  •  Regolamento (UE) n. 388/2012 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 19 aprile 2012 che modifica il regolamento (CE) n. 428/2009;
  •  Regolamento (UE) n. 775/2014 della Commissione del 16 luglio 2014 recante modifica del regolamento (CE) n. 1236/2005 del Consiglio relativo al commercio di determinate merci che potrebbero essere utilizzate per la pena di morte, per la tortura o per altri trattamenti o pene crudeli, inumani o degradanti;
  •  Regolamento (UE) n. 1352/2011 della Commissione del 20 dicembre 2011 che modifica il Regolamento CE n. 1236/2005 relativo al commercio di merci che potrebbero essere utilizzate per la pena di morte, per la tortura o per altri trattamenti o pene crudeli, degradanti o inumane.

A livello interno invece la normativa più rilevante è dettata dal D. Lvo 2003 n. 96, il quale prevede il regime autorizzativo necessario per l’esportazione all’estero di prodotti a duplice uso, stabilendo, in caso di violazione, delle pene sino a sei anni e una multa sino a 250.000 Euro.
La Corte di Cassazione si è occupata solamente in un’occasione della tematica, in particolare, nella sentenza della sez. III, 09/10/2008, n. 43818 si è stabilito che:
“In tema di reato d’effettuazione d’operazioni d’esportazione di prodotti e tecnologie a duplice uso senza la prescritta autorizzazione – rientrano nella nozione di “operazioni d’esportazione” tutti quegli atti che precedono l’uscita del prodotto dal territorio doganale e che siano funzionalmente rivolti ad effettuare l’uscita medesima, quali la dichiarazione d’esportazione, l’esibizione della documentazione alla dogana e l’introduzione del prodotto in dogana”.
Soggetto attivo dei reati de quibus può essere qualsiasi persona fisica o giuridica che ha reso una dichiarazione d’esportazione e, in particolare, qualora si tratti di persona giuridica, potranno essere chiamati a risponderne sia gli amministratori delegati sia quelli privi di delega ai quali viene estesa la responsabilità in virtù della posizione di garanzia che trova fonte negli articoli 2381 e 2392 c.c.

Cassazione penale Sezione III sentenza 43818 del 9 ottobre 2008

Archivio selezionato: Massime Autorità: Cassazione penale sez. III Data: 09/10/2008 n. 43818 Fonti: CED Cassazione penale 2008 Classificazioni: DOGANA – Reati doganali – – in genere In tema di reato d’effettuazione d’operazioni d’esportazione di prodotti e tecnologie a duplice uso senza la prescritta autorizzazione (art. 4, comma quinto, L. n. 422 del 2000), rientrano nella nozione di “operazioni d’esportazione” tutti quegli atti che precedono l’uscita del prodotto dal territorio doganale e che siano funzionalmente rivolti ad effettuare l’uscita medesima, quali la dichiarazione d’esportazione, l’esibizione della documentazione alla dogana e l’introduzione del prodotto in dogana.

Utente: SALVATORE LUISE
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Cassazione penale Sezione III sentenza 43818 del 9 ottobre 2008

Archivio selezionato: Sentenze Cassazione penale
Autorità: Cassazione penale sez. III
Data: 09/10/2008
n. 43818
Classificazioni: DOGANA – Reati doganali – – in genere
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE TERZA PENALE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. LUPO Ernesto – Presidente –
Dott. PETTI Ciro – Consigliere –
Dott. TARDINO Vincenzo Luig – Consigliere –
Dott. GENTILE Mario – Consigliere –
Dott. AMORESANO Silvio – Consigliere –
ha pronunciato la seguente:
sentenza
sul ricorso proposto da:
1) B.R. N. IL (OMISSIS);
avverso SENTENZA del 12/12/2007 CORTE APPELLO di GENOVA;
visti gli atti, la sentenza ed il ricorso;
udita in PUBBLICA UDIENZA la relazione fatta dal Consigliere Dott.
AMORESANO SILVIO;
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. D’Ambrosio Vito
che ha concluso per il rigetto del ricorso;
udito il difensore avv. Porreca Eustacchio che ha concluso per il
rigetto del ricorso.

Fatto
OSSERVA
1) Con sentenza del 12.12.2007 la Corte di Appello di Genova confermava la sentenza del
Tribunale del 14.11.2002, con la quale B.R. era stato condannato, previa concessione delle
circostanze attenuanti generiche, alla pena di Euro 18.000,00 di multa per il reato di cui al D.Lgs.
n. 89 del 1997, art. 7 perchè, quale legale rappresentante della s.p.a. Italchimici, effettuava attività
di esportazione di 243 fusti di cianuro (massa netta Kg.
12.150) senza la prescritta autorizzazione ministeriale, essendo detto prodotto chimico
contemplato nell’allegato 1 del reg. CE 3381/94 che istituisce un regime di controllo sui beni a
duplice uso.
Premesso che la norma applicabile è la L. n. 422 del 2000, art. 4 e non quella riportata nel capo di
imputazione e che i 243 fusti di cianuro erano stati presentati in dogana ai fini dell’esportazione
dallo spedizioniere GMT, mandatario della Italchimici, con regolare fattura, dichiarazione di
esportazione e documentazione indicante la natura del bene da esportare, ritiene la Corte che le
“operazioni di esportazione” di cui alla normativa contestata debbano comprendere anche le
operazioni prodromiche alla esportazione e ad essa funzionalmente collegate.
La conferma si ricava dall’art. 2, lett. c) del regolamento CE n. 1334/2000 che definisce
esportatore qualsiasi persona fisica o giuridica per la quale è resa una dichiarazione di
esportazione (dichiarazione che presuppone necessariamente atti prodromici). Lo stesso
regolamento all’art. 2, lett. d) definisce la dichiarazione di esportazione come l’atto con il quale
una persona manifesta, nelle forme e nelle modalità prescritte, la volontà di sottoporre un prodotto
a duplice uso al regime di esportazione.
Secondo la Corte, quindi, nel concetto di operazioni di esportazione rientrano certamente la
dichiarazione di esportazione, l’approntamento e l’esibizione della documentazione alla dogana,
l’introduzione del prodotto in dogana.
Siffatte operazioni sono state poste in essere senza la prescritta autorizzazione ministeriale, per cui
è configurabile il reato contestato.
Aggiunge la Corte che se, come sostenuto dall’appellante, le espressioni “esportazione” ed
“operazioni di esportazione” siano concettualmente identiche, non si spiegherebbe il motivo per
cui il regolamento abbia usato espressioni diverse.
Laddove la natura del prodotto lo richieda (possibilità anche di un uso bellico) viene quindi
apprestata una tutela avanzata (autorizzazione ministeriale alle operazioni di esportazione) con
anticipazione della soglia di punibilità.
I giudici di merito escludono, infine, che possa definirsi operazione di esportazione solo quella
posta in essere dopo l’ammissione al regime di esportazione perchè ci si troverebbe in presenza di
un reato impossibile (le autorizzazioni necessarie, ai sensi dell’art. 12, del regolamento CE,
debbono essere, infatti, già prodotte al momento dell’accettazione).
Ritiene, poi, la Corte che il dolo (generico) richiesto dalla norma non venga meno per avere il
legale rappresentante della Italchimici delegato ad altri la cura del settore chimico, dal momento
che obbligato all’osservanza del precetto è, comunque, il medesimo legale rappresentante (a parte
il fatto che non vi è prova di una delega formale). E’ del tutto inverosimile, in ogni caso, che
dell’esportazione di ben 243 fusti di cianuro di potassio il B. non si sia occupato direttamente.
Infine, secondo la Corte territoriale sono da escludere l’errore determinato da fatto altrui (non
essendo stato certamente indotto da altri) e l’ignoranza scusabile della legge (potendo, con la
normale diligenza, un soggetto operante nel settore venire a conoscenza degli adempimenti
richiesti dalla normativa).
2) Propone ricorso per cassazione il B., a mezzo del suo difensore, denunciando, con il primo
motivo, la violazione di legge ed il vizio di motivazione in relazione alla interpretazione della
nozione di “operazioni di esportazione”.
Premette che, pur facendosi riferimento, sia nella sentenza di primo grado che nella sentenza di
appello, alla normativa di cui alla L. n. 422 del 2000, art. 4, comma 5, non è stato in tal senso
precisato il capo di imputazione. A parte il fatto che, al momento della celebrazione del giudizio di
secondo grado, il quadro normativo era nuovamente mutato: la norma sanzionatoria è
rappresentata dal D.Lgs. n. 96 del 2003, art. 16, che fa riferimento non solo al regolamento CE, ma
anche alle disposizioni dello stesso decreto legislativo.
Assume, poi, che risulta illogico dedurre (come fa la Corte) il significato dell’espressione
“operazioni di esportazione” dalla nozione di esportatore e non da quella di esportazione (pur
contenuta nel regolamento all’art. 2, lett. b, i) e che, comunque, è contraddittorio rispetto alla
definizione regolamentare di esportatore non considerare che tale qualifica soggettiva è agganciata
a due condizioni (non solo alla titolarità dell’interesse alla dichiarazione di esportazione ma anche
alla facoltà di decidere l’invio dei prodotti fuori dal territorio doganale al momento
dell’accettazione della dichiarazione).
Può forse convenirsi che la dichiarazione di esportazione, l’approntamento e l’esibizione della
documentazione, l’introduzione della merce in dogana costituiscano atti finalizzati al procedimento
di esportazione, ma non certo che siano essi stessi operazioni di esportazione.
Il richiamo della norma sanzionatoria al regolamento (ed ora allo stesso D.Lgs.) comporta il
riferimento al codice doganale comunitario, secondo cui l’esportazione è il regime che consente
l’uscita dal territorio doganale (art. 161), che non può avvenire se non dopo lo svincolo delle merci
(art. 162), il cui presupposto è l’accettazione della dichiarazione di esportazione.
Non vi è, poi, alcun dato positivo che avvalori l’assunto della Corte, secondo cui la diversa
terminologia adoperata (operazioni di esportazione e non esportazione) starebbe ad indicare la
volontà di apprestare una tutela anticipata in ordine a prodotti inclusi negli allegati 1 e 4, per cui è
affetta da erronea applicazione della legge penale la statuizione della Corte medesima.
Nè è esatto che, secondo la prospettazione difensiva, ci si troverebbe, stante la previsione dell’art.
12 del regolamento, in presenza di un reato impossibile.
La struttura dolosa del reato è rivolta a sanzionare non le condotte colpose, ma quelle
intenzionalmente dirette all’elusione dell’obbligo di munirsi della necessaria autorizzazione. La
violazione si rende certamente possibile attraverso l’inottemperanza dolosa al dovere di veridicità
delle dichiarazioni fornite alla dogana. Il momento consumativo del reato deve quindi essere
identificato non con gli atti prodromici dell’esportazione, ma quantomeno al compimento della
complessiva procedura che consente al prodotto di lasciare il territorio.
Con il secondo motivo denuncia la violazione di legge ed il vizio di motivazione in relazione
all’attribuibilità del fatto al B.. La Corte non ha tenuto minimamente conto delle risultanze
processuali da cui emerge la estraneità del ricorrente al fatto materiale ed ha confuso il piano della
riferibilità soggettiva della condotta con quello dell’elemento soggettivo del reato. Il problema
dell’elemento soggettivo del reato è stato sostanzialmente eluso, essendosi la Corte limitata alla
definizione, di carattere astratto, della qualità del dolo.
Censura, infine, l’erronea applicazione dell’art. 5 c.p. nella parte in cui la Corte ha ritenuto non
scusabile l’ignoranza della normativa comunitaria e del precetto statale da parte dell’esportatore.
La motivazione della sentenza impugnata è, invero, contraddittoria, non esistendo alcun ufficio
doganale presso il quale un cittadino possa ottenere informazioni preventive; nè tiene conto della
obiettiva difficoltà di accedere alla legislazione comunitaria. Chiede, pertanto, l’annullamento
della sentenza impugnata.
3) Il ricorso è infondato e va, pertanto, rigettato.
3.1) Va, innanzitutto, accertato quale sia la normativa applicabile.
Il fatto, come da contestazione, risulta commesso in data (OMISSIS), per cui la normativa vigente
all’epoca era prevista dalla L. 29 dicembre 2000, n. 422 e non dal D.Lgs. n. 89 del 1997 richiamato
nel capo di imputazione.
Di tanto danno atto sia il Tribunale che la Corte di Appello, (“la normativa citata nel capo di
imputazione è stata abrogata e la condotta contestata risulta attualmente sanzionata negli stessi
termini dalla L. n. 422 del 2000, art. 4″, che richiama il Regolamento CE 22.6.2000 nel cui
allegato 1 è ricompreso il cianuro di potassio” – cfr. sent. Trib.). In effetti, il D.Lgs. 24 febbraio
1997, n. 89, art. 7, così disponeva: “Chiunque effettua operazioni di esportazione di beni a duplice
uso senza la prescritta autorizzazione ovvero con autorizzazione ottenuta fornendo dichiarazioni o
documentazioni false, ovvero con autorizzazione divenuta inefficace ai sensi dell’art. 4, comma 2,
è punito con la reclusione da 2 a 6 anni o con la multa da Euro 25.822 ad Euro 258,228″. La L. 29
dicembre 2000, n. 422, art. 4, comma 5, così recitava: ” Chiunque, ai sensi del regolamento,
effettua operazioni di esportazione di prodotti e tecnologie a duplice uso senza la prescritta
autorizzazione ovvero con autorizzazione ottenuta fornendo dichiarazioni o documentazione false,
è punito con la reclusione da 2 a 6 anni o con la multa da Euro 25.822 ad Euro 258,228″.
Risulta evidente che le due normative sono sovrapponigli sia per quanto riguarda la condotta
(“effettua operazioni di esportazione…senza autorizzazione”) che per quanto attiene alla sanzione.
La diversità riguarda un allargamento della previsione anche alle esportazioni di tecnologie ed il
richiamo al regolamento (la L. n. 422 del 2000, medesimo art. 4, comma 4 precisa che “ai fini dei
commi 5, 6, 7, 8 e 9 si intende per regolamento il regolamento (CE) n. 1334/2000 del Consiglio
del 22 giugno 2000”).
L’espressione “ai sensi del regolamento” costituisce indubbiamente una “innovazione” rispetto alla
disciplina abrogata, per cui correttamente la Corte territoriale ritiene che ad essa vada “attribuito
un qualche significato”.
Non c’è dubbio, quindi, che al fatto contestato debba essere applicata la disciplina vigente
all’epoca di commissione.
Essendo stata regolarmente ed ineccepibilmente contestata la condotta materiale, non rileva
ovviamente l’erroneo richiamo alla normativa abrogata; nè rileva che i giudici di merito non
abbiano, in dispositivo, provveduto formalmente ad indicare la normativa applicabile.
E’ pacifico, invero, che ai sensi dell’art. 521 c.p.p., comma 1 il giudice possa attribuire al fatto una
qualificazione giuridica diversa senza con ciò violare il principio della correlazione tra
imputazione e sentenza. L’unico limite è rappresentato dalla circostanza che il fatto storico
contestato rimanga identico in relazione alla condotta, all’evento ed all’elemento psicologico.
Ma, a ben vedere, nel caso di specie non si è in presenza nemmeno di una (assolutamente
consentita) diversa qualificazione giuridica, ma del mero richiamo della normativa vigente
all’epoca del fatto in sostituzione di quella precedente abrogata ed erroneamente riportata nel capo
di imputazione.
Si assume, però, dal ricorrente che, al momento della decisione di secondo grado era intervenuto il
D.Lgs. 9 aprile 2003, n. 96 che aveva abrogato formalmente la L. 29 dicembre 2000, n. 422,
commi 4, 5, 6, 7, 8 e 9, statuendo all’art. 16, comma 1: “Chiunque, ai sensi del regolamento e del
presente decreto legislativo, effettua operazioni di esportazione di beni a duplice uso senza la
prescritta autorizzazione ovvero con autorizzazione ottenuta, fornendo dichiarazioni o
documentazione false, è punito con la reclusione da 2 a 6 anni o con la multa da 25.000 a 250.000
Euro”.
Rileva il Collegio che la condotta descritta è perfettamente sovrapponibile a quelle di cui alle
normative precedenti (si ritorna, anzi, a far riferimento solo e genericamente ai “beni a duplice
uso” di cui alla L. n. 89 del 1997, eliminando l’indicazione pleonastica delle “tecnologie” di cui
alla L. n. 422 del 2000). Anche la sanzione può ritenersi sostanzialmente identica: cambia, infatti,
solo la pecuniaria (non quella detentiva che rimane la stessa sia nel minimo che nel massimo), ma
per ragioni di “arrotondamento” (nel passaggio all’Euro era stato necessario effettuare il ragguaglio
con la sanzione indicata in Lire, inserendo anche i decimali); si tratta quindi, palesemente, di una
semplificazione senza alcuna incidenza.
La “differenza” riguarda quindi esclusivamente il richiamo, oltre che al regolamento (sempre
quello CE n. 1334/2000), anche “al presente decreto legislativo”.
Bisogna, allora, accertare quale normativa sia più favorevole tra la L. 29 dicembre 2000, n. 422,
art. 4 (vigente all’epoca del commesso reato) e il D.Lgs. 9 aprile 2003, n. 96, art. 16 (intervenuto
successivamente, quando il procedimento era ancora pendente).
L’art. 2 c.p., comma 3 stabilisce infatti che “se la legge del tempo in cui fu commesso il reato e le
posteriori sono diverse, si applica quella le cui disposizioni sono più favorevoli al reo, salvo che
sia stata pronunciata sentenza irrevocabile”.
La giurisprudenza di questa Corte è assolutamente pacifica nel ritenere che l’individuazione della
norma più favorevole debba essere effettuata con riferimento al caso concreto, “confrontando i
risultati che deriverebbero dall’applicazione delle due normative che si sono succedute, sicchè la
legge nuova deve trovare applicazione solo quando determina risultati più vantaggiosi per
l’imputato, fermo rimanendo che non è consentito combinare tra loro le due normative “(cfr. Cass.
pen. sez. 5, n. 11337 del 10.12.1993).
La legge più favorevole va, quindi, individuata tenendo conto della disciplina complessiva
risultante dalla norme precettive e sanzionatorie in relazione al caso concreto.
Tanto premesso, la legge sopravvenuta non può dirsi più favorevole, nè con riferimento al precetto
(continua ad essere sanzionata l’effettuazione di operazioni di esportazione di beni a doppio uso),
nè alla sanzione (al B. è stata applicata la sola pena della multa in misura di poco superiore al
minimo edittale): la Corte ha motivato la impossibilità di una riduzione al minimo assoluto “stante
il numero e il peso della merce destinata ad essere esportata, dal contenuto altamente tossico”, per
cui nessuna incidenza ha avuto la lieve variazione – formale peraltro come si è visto – nel minimo e
nel massimo edittale; a parte il fatto che il trattamento sanzionatorio non è stato neppure oggetto di
doglianza.
Nè, infine, la nuova normativa può ritenersi più favorevole per il solo fatto che faccia riferimento
ad operazioni di esportazioni effettuate non solo ai sensi del regolamento ma anche “del presente
decreto legislativo”.
A prescindere dalla considerazione che, come si vedrà, tale ulteriore richiamo non ha alcuna
rilevanza stante la chiarezza del regolamento, è insostenibile, piuttosto, ritenere che il prevenuto
nell’effettuare quelle operazioni nel (OMISSIS) dovesse attenersi a prescrizioni non ancora in
vigore (quali quelle del decreto legislativo che sarebbe stato emanato …nel 2003..).
La legge applicabile è quindi certamente quella in vigore all’epoca di commissione del fatto e cioè
la L. 29 dicembre 2000, n. 422, art. 4, comma 5.
3.2) Alla stregua di siffatta normativa, va, quindi, stabilito il significato di “operazioni di
esportazione”.
Va premesso che, ai sensi dell’art. 12 preleggi, nell’applicazione della legge, “non si può ad essa
attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la
connessione di esse, e della intenzione del legislatore”.
Quando la norma è chiara ed inequivocabile non è consentita la ricerca di una volontà del
legislatore in contrasto con quella manifestata dalla dizione letterale della norma medesima.
La ricerca di siffatta volontà è possibile solo quando la legge non sia chiara e si presti, quindi, a
dubbi e difficoltà di comprensione. Quando la lettera del precetto legislativo non sia chiara ed
inequivocabile, la voluntas legis va desunta, oltre che dalle espressioni letterali, da un’adeguata
valutazione del fondamento e dello scopo della norma, dovendo ricavarsi tale volontà “dai motivi
informatori e ispiratori della statuizione legislativa, nonchè della finalità attraverso di essa
perseguita”.
Significativamente e non a caso viene adoperata costantemente, in tutti i testi legislativi che si
sono succeduti in materia, come si è visto, l’espressione “operazioni di esportazione” e non
semplicemente “esportazione”.
Se, come sostiene lo stesso ricorrente, per esportazione deve intendersi “il regime che consente
l’uscita dal territorio doganale”, l’accezione “operazioni di esportazione” non può che avere un
significato più ampio che non sia coincidente con il primo, altrimenti non vi sarebbe stato motivo
alcuno per operare la distinzione.
Per “operazione” si intende “un insieme di attività”, una “serie di azioni o di iniziative”; tutte le
definizioni che vengono riportate nei dizionari di lingua italiana fanno riferimento ad una pluralità
di atti, coordinati tra loro e finalizzati al raggiungimento di un determinato scopo. L’uso nel testo
normativo del plurale “operazioni” accentua ancor di più il riferimento ad un complesso di atti.
Risulta, quindi, dalla espressione letterale usata la volontà del legislatore di far riferimento a tutte
quelle operazioni che precedono l’esportazione vera e propria e che siano alla stessa
finalisticamente collegate; vale a dire tutti quegli atti che precedono l’uscita del prodotto dal
territorio doganale e che siano funzionalmente rivolti ad effettuare l’uscita medesima.
Correttamente, pertanto, la Corte territoriale fa rientrare nella nozione di “operazioni di
esportazione” la dichiarazione di esportazione, l’esibizione della documentazione alla dogana,
l’introduzione del prodotto in dogana.
Essendo la lettera del precetto assolutamente chiara, non è consentita alcuna ulteriore operazione
di interpretazione (“in claris non fit interpretatio”).
Peraltro, nel caso di specie, il significato letterale coincide perfettamente con la “ratio” della
norma.
La disciplina particolare per l’esportazione dei “beni a duplice uso” è dettata dalla preoccupazione
di impedire che essi finiscano in mani di Stati od organizzazioni che possano utilizzarli per finalità
destabilizzanti ed aggressive e, quindi, non per finalità di progresso, ma militari.
Di qui la necessità di dar vita ad un regime vincolistico per l’esportazione di detti beni e di
effettuare più penetranti controlli. E’ perfettamente spiegabile, allora, che il soggetto che intenda
effettuare l’esportazione di tali beni (utilizzabili, si ripete, anche per fini militari) richieda
tempestivamente l’autorizzazione prescritta, per consentire alle Autorità preposte di effettuare tutti
i necessari controlli in ordine al luogo di destinazione ed al soggetto destinatario.
Di qui la necessità, per evitare possibili elusioni dei controlli, che tutte le operazioni prodromiche
all’esportazione ed alla stessa finalizzate siano precedute dal rilascio dell’autorizzazione.
Il significato chiaro della norma, oltre ad essere confortato dalla “ratio” trova ulteriore e non
equivoca conferma nel regolamento comunitario, cui la norma stessa rinvia. Secondo l’art. 12 del
Regolamento 22.6.2000 n. 1334, infatti, “In occasione dell’espletamento delle formalità per
l’esportazione di prodotti a duplice uso presso l’ufficio doganale competente per l’accettazione
della dichiarazione d’esportazione, l’esportatore deve fornire la prova che tutte le autorizzazioni di
esportazione necessarie sono state ottenute”. Le autorizzazioni necessarie, quindi, debbono
precedere la presentazione della “dichiarazione di esportazione”.
3.3) La Corte Costituzionale ha più volte evidenziato che “il riconoscimento dell’ordinamento
comunitario e di quello nazionale come reciprocamente autonomi, ma tra loro coordinati e
comunicanti, porta a considerare l’immissione diretta nell’ordinamento interno delle norme
comunitarie immediatamente applicabili come la conseguenza del riconoscimento della loro
derivazione da una fonte (esterna) a competenza riservata, la cui giustificazione costituzionale va
imputata all’art. 11 Cost. ed al conseguente particolare valore giuridico attribuito al Trattato
istitutivo delle Comunità Europee e agli atti a questo equiparati. Ha ancora puntualizzato che,
mentre gli atti idonei a porre quelle norme conservano il trattamento giuridico o il regime ad essi
assicurato dall’ordinamento comunitario – nel senso che sono assoggettati alle regole di produzione
normativa, di interpretazione, di abrogazione, di caducazione e di invalidazione proprie di
quell’ordinamento – al contrario le norme da essi prodotte operano direttamente nell’ordinamento
interno come norme investite di “forza o valore di legge”, vale a dire come norme che, nei limiti
delle competenze e nell’ambito degli scopi propri degli organi di produzione normativa della
Comunità, hanno un rango primario, pur non dando luogo a ipotesi di abrogazione o di deroga, nè
a forme di caducazione o di annullamento per invalidità della norma interna incompatibile.
Tali principi sono stati riferiti dalla Corte, nella pronuncia n. 170 del 1984, ai regolamenti
comunitari e con la sentenza n. 113 del 1985 è stata ritenuta l’immediata applicabilità anche delle
statuizioni delle sentenze interpretative della Corte di giustizia delle Comunità Europee
pronunciate in via pregiudiziale ai sensi dell’art. 177 del Trattato. Successivamente analoga
efficacia è stata riconosciuta, con sentenza n. 389 del 1989, anche alle norme comunitarie come
interpretate in pronunce rese dalla medesima Corte in sede contenziosa ai sensi dell’art. 169 del
Trattato. Con la sentenza n. 168 del 1991 la Corte costituzionale si è adeguata alla giurisprudenza
comunitaria (sent. 22 giugno 1989, in causa 103/88;
sent. 20 settembre 1988, in causa 31/87; sent. 8 ottobre 1987, in causa 80/86; sent. 24 marzo 1987,
in causa 286/85) ed ha stabilito che in tutti i casi in cui alcune disposizioni di una direttiva
appaiano, dal punto di vista sostanziale, incondizionate e sufficientemente precise, i singoli
possono farle valere nei confronti dello Stato, sia che questo non abbia tempestivamente recepito
la direttiva nel diritto nazionale sia che l’abbia recepita in modo inadeguato dinanzi ai giudici
nazionali, “onde far disapplicare qualsiasi norma di diritto interno non conforme a detto articolo”.
Ha altresì precisato che la ricognizione in concreto dei menzionati requisiti della direttiva
costituisce l’esito di un’attività di interpretazione, che il giudice nazionale può effettuare
direttamente ovvero rimettere alla Corte di giustizia ai sensi dell’art. 177, comma 2, del Trattato di
Roma; facoltà, quest’ultima, che, invece, costituisce obbligo per il giudice nazionale di ultima
istanza (art. 177, comma 3, cit.), sempre che – secondo quanto ritenuto dalla stessa giurisprudenza
della Corte di giustizia con la sentenza 6 ottobre 1982, in causa 283/81 – il precetto della norma
comunitaria non s’imponga con tale evidenza da non lasciare adito ad alcun ragionevole dubbio
sulla sua interpretazione. (cfr. Cass. pen. sez. 3 n. 9983 del 1999).
Stante la chiarezza, come si è visto, della norma comunitaria, non è necessario quindi sospendere
il processo e rimettere gli atti alla Corte di Giustizia.
3.4) Palesemente infondata è, infine, la tesi difensiva secondo cui la norma mira a sanzionare
l’inottemperanza dolosa al dovere di veridicità delle dichiarazioni fornite alla dogana. Tale
interpretazione “restrittiva” è invero in contrasto evidente con il testo normativo che sanziona
alternativamente chiunque effettui operazioni di esportazione senza la prescritta autorizzazione
oppure con autorizzazione ottenuta fornendo dichiarazioni o documentazione false.
4) Quanto alla responsabilità soggettiva, è pacifico che il ricorrente era all’epoca del commesso
reato rappresentante legale della società Italchimici s.p.a., esportatrice dei 243 fusti di cianuro di
potassio.
Ed è assolutamente pacifico che il diretto destinatario degli obblighi di legge sia colui che
rappresenta la persona giuridica. La semplice accettazione della carica attribuisce infatti allo stesso
doveri di vigilanza e controllo, il cui mancato rispetto comporta responsabilità penale o a titolo di
dolo generico, per la consapevolezza che dalla condotta omissiva possano scaturire gli eventi tipici
del reato, o a titolo di dolo eventuale per la semplice accettazione del rischio che questi si
verifichino (cfr. ex multis Cass. pen. sez. 3 n. 22919 del 6.4.2006).
E’ ben possibile che vengano delegati formalmente ad altri, tecnicamente preparati, i compiti
imposti dalla legge ai rappresentanti legali di una persona giuridica.
Il problema della delega e dell’esonero da responsabilità penale del delegante è piuttosto dibattuto
ed, in proposito, sono stati delineati, dalla giurisprudenza di questa Corte, limiti ed ambiti. E’ stato
così affermato che l’atto di delega debba essere espresso, inequivoco e certo, dovendo inoltre
investire persona tecnicamente capace, dotata delle necessari e cognizioni tecniche e dei relativi
poteri decisionali e di intervento, che abbia accettato lo specifico incarico, fermo restando
l’obbligo per il datore di lavoro di vigilare e controllare che il delegato usi, poi, concretamente la
delega, secondo quanto la legge prescrive (cfr. Cass. Sez. 4, 25.8.2000 n. 9343 – Archetti; conf.
Cass. pen. sez. 4, 1.4.2004, Rossetto).
La delega, quindi, è in linea generale ed astratta consentita, ma per essere rilevante ai fini
dell’esonero da responsabilità del delegante, deve, come ribadito da questa Corte (cfr. sez. 3 n.
26122 del 12.4.2005 – Capone), avere i seguenti requisiti:
a) essere puntuale ed espressa, senza che siano trattenuti in capo al delegante poteri residuali di
tipo discrezionale;
b) il soggetto delegato deve essere tecnicamente idoneo e professionalmente qualificato per lo
svolgimento del compito affidatogli;
c) il trasferimento delle funzioni deve essere giustificato in base alle esigenze organizzative
dell’impresa;
d) unitamente alle funzioni debbono essere trasferiti i correlativi poteri decisionali e di spesa;
e) l’esistenza della delega deve essere giudizialmente provata in modo certo.
La Corte territoriale, con apprezzamento di fatto come tale non sindacabile in questa sede di
legittimità, ha escluso che dalle risultanze processuali sia emerso il conferimento, con atto
formale, della delega “alla gestione e trattazione dei prodotti chimici pericolosi ad un soggetto
qualificato”.
A parte il fatto che, aggiunge opportunamente la Corte di merito, l’operazione di esportazione di
243 fusti di cianuro di potassio (per un peso di ben 13.996 Kg.) non poteva passare inosservata ed
essere presa all’insaputa del rappresentante legale della società esportatrice, essendo egli, tra
l’altro, “il titolare del contratto concluso con il destinatario del paese terzo” e colui “per cui conto è
resa una dichiarazione di esportazione”.
5) Il dolo del reato è indubbiamente “generico” per cui è indiscutibile che il ricorrente, nella
qualità di legale rappresentante della società esportatrice, fosse consapevole che le operazioni di
esportazione venivano effettuate senza il previo rilascio della prevista autorizzazione.
Nè può essere invocata l’ignoranza delle legge penale, che, per essere rilevante, deve essere
incolpevole.
Ha rilevato, al contrario, la Corte di merito che, con l’uso della normale diligenza, il ricorrente
poteva venire a conoscenza della necessità dell’autorizzazione per l’esportazione di cianuro di
potassio, che appare nell’elenco dei beni a duplice uso di cui all’allegato al regolamento
comunitario.
Nè difficoltà di sorta potevano derivare “dall’obiettiva difficoltà di accedere alla legislazione
comunitaria”.
A parte il fatto che, come si è visto tale normativa è assolutamente chiara (art. 12 Reg.), il B., in
quanto soggetto operante anche nel settore del commercio con l’estero, non poteva che
“attrezzarsi” per venire a conoscenza degli adempimenti richiesti dalla normativa in vigore.
Trattandosi, quindi, di un operatore professionale è assolutamente esigibile la conoscenza della
normativa comunitaria; con la conseguenza che l’eventuale ignoranza della stessa non può essere
ritenuta scusabile.
6) Il ricorso va pertanto rigettato, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
Diritto
PQM
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma, il 9 ottobre 2008.
Depositato in Cancelleria il 25 novembre 2008

Utente: SALVATORE LUISE
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IL RAVVEDIMENTO OPEROSO / THE ACTIVE REVIEW

Concludendo un percorso avviato con la legge di stabilità per il 2015 (Legge 190 del 2014), con il D.Lgs. n. 158/2015, (il “Decreto”) nell’ottica di ridurre il contenzioso tributario e favorire lo scambio di informazioni, si è provveduto ad una rimodulazione dell’istituto del ravvedimento operoso ed in particolare si sono ampliate modalità e termini per la sua applicazione.

Il contribuente, attraverso il Decreto, può oggi utilizzare lo strumento de quo al fine di regolarizzare le violazioni commesse in materia di tributi amministrati dalla Agenzia delle Entrate (quali Imposte sui Redditi, l’IVA, l’IRAP, l’Imposta sugli Intrattenimenti e l’Imposta di Registro). Condizione di ammissibilità all’utilizzo dello stesso è la spontaneità nell’accesso, ovvero l’assenza di una formale notifica di un atto di liquidazione o di accertamento in relazione alla irregolarità che si mira a sanare.

Il ritorno in bonis dovrà avvenire con il pagamento spontaneo dell’importo dovuto, degli interessi moratori e della sanzione. In particolare, è stata rimodulata la sanzione, con un tendenziale abbassamento della stessa in relazione alla tempestività della denuncia rispetto alla violazione che si intende regolarizzare. L’ultimo intervento normativo prevedeva come decorrenza il primo gennaio 2017, ma la legge di stabilità 2016 ha anticipato l’entrata in vigore del nuovo regime al primo gennaio 2016.

Fonti normative:

  • Legge n. 190 del 23 dicembre 2014;
  • Lgs. n. 158 del 24 settembre 2015.

THE ACTIVE REVIEW

For purposes of concluding a process started with the Stability Law 2015 (Law 190/2014), upon enacting the Decree no. 158/2015, (the “Decree”), aimed to reduce the tax litigation and facilitate the exchange of information, Italian Government has decided to institute a thorough review of the active repentance (the “Active Review”). by expanding its terms and conditions (the “New Regime”), as follows.

The Italian Taxpayer may now use the Active Review to settle the violations committed in the area of taxes administered by the Income Revenue Authority (such as Income Tax, V.A.T.- Value Added Tax, IRAP, the Tax on Entertainment and the Stamp Duty). Conditions of eligibility for use of the Active Review are; (i) spontaneous access; (ii) the absence of a notified judicial act from the Italian Revenue Authority in relation to a liquidation or a found, for tax irregularities with the aim to be healed.

A spontaneous payment of the amount due, included default interest and penalties, is required to heal the tax irregularities. In particular, the sanction has been reviewed, by lowering the amount, in case of timeliness from the Italian tax payer of the violation claim filing, the Italian Taxpayer intends to settle. The Decree is effective as of 1 January 2017; nonetheless, the Stability Law for 2015 (Law 190/2014), anticipated the entry into force of the New Regime to January 1, 2016.

Legal sources:

– Law no. 190 of December 2014, 23;

– Legislative Decree n. 158 of September 2015, 24.

For more information and assistance please do not hesitate to email your requests to: info@lsclex.com

milano-duomo1

VOLUNTARY DISCLOSURE 2.0: D.L. n. 193/2016

Il Decreto Legge n. 193/2016 ha recentemente introdotto una nuova versione della procedura di collaborazione volontaria (o voluntary disclosure 2.0) – così riaprendo i termini per l’emersione dei capitali illegittimamente detenuti all’estero o in Italia da parte dei singoli contribuenti -.

La nuova procedura di collaborazione spontanea consente al contribuente che non abbia già usufruito della vd1 di denunciare i capitali detenuti all’estero in violazione degli obblighi di monitoraggio ex D.L. n. 167/1990 ed i redditi nazionali – così beneficiando dell’applicazione di sanzioni ed interessi in misura notevolmente ridotta, oltre a all’esclusione della responsabilità penale per numerosi fatti di reato sottesi all’illegittima detenzione dei capitali mai dichiarati -.

A tutt’oggi, il singolo contribuente ha dunque la facoltà di autoliquidare imposte, sanzioni ed interessi, relativi a cespiti illegittimamente detenuti, ovvero, provenienti da illeciti commessi sino al 30 settembre 2016 – mediante la presentazione di un’apposita istanza all’Agenzia delle Entrate entro il 31 luglio 2017 (con possibilità di integrazione della stessa e presentazione della relazione accompagnatoria sino al successivo 30 settembre 2017), contenente l’indicazione di tutti gli investimenti, patrimoni, attività e redditi, mai dichiarati all’Amministrazione Finanziaria -.

Aderendo alla procedura di collaborazione volontaria bis – accessibile unicamente in assenza di conoscenza da parte del contribuente di atti di verifica o ispezione, accertamento amministrativo e/o attività investigativa in sede penale nei propri confronti, inerente l’ambito applicativo della voluntary disclosure – il soggetto/autodenunciante potrà beneficiare, previo versamento delle somme dovute, di una notevole riduzione delle sanzioni fiscali previste per l’omessa e/o infedele compilazione del quadro RW -.

La voluntary disclosure 2.0, mantenendo il medesimo impianto della precedente procedura di collaborazione volontaria, conferma sostanzialmente i benefici altresì assicurati dalla precedente versione di collaborazione spontanea sotto il profilo sanzionatorio – penale ed amministrativo -.

Sotto il profilo penalistico, il contribuente che assolve correttamente e compiutamente gli obblighi di cui alla voluntary disclosure 2.0 non è assoggettabile a responsabilità penale per la commissione di eventuali incriminazioni tributarie ex D. Lvo n. 74/2000, nonché per i più gravi delitti di riciclaggio, impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, ed auto/riciclaggio, ai sensi degli artt. 648 bis, 648 ter e 648 ter 1, C.p..

In particolare, il contribuente che aderirà alla nuova procedura di collaborazione volontaria non sarà punibile per i reati di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti ex art. 2 D. Lvo n. 74/2000, dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici (art. 3), dichiarazione infedele (art. 4), omessa dichiarazione (art. 5), omesso versamento di ritenute certificate (art. 10 bis) ed omesso versamento di IVA (art. 10 ter).

Diversamente, rimangono sanzionabili le fattispecie di emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, occultamento o distruzione di documenti contabili, indebita compensazione e sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte, previste, rispettivamente, dagli artt. 8, 10, 10 quater e 11, D. Lvo n. 74/2000.

Novità di particolare rilievo consiste nella possibilità per il singolo contribuente di autodenunciare anche il denaro contante o valori detenuti in cassette di sicurezza illegittimamente custodite in Italia, ai sensi dell’art. 5-octies D.L. n. 193/2016, così regolarizzando in toto la propria posizione contributiva.

Sotto tale profilo, assume particolare importanza la figura dell’intermediario finanziario – cui devono essere affidati il denaro contante ed i valori al portatore oggetto di regolarizzazione, unitamente ad una relazione vincolata sino al termine della procedura di collaborazione volontaria -.

Il deposito dei valori e contanti – oggetto di evasione fiscale – all’intermediario finanziario dovrà avvenire entro la data di presentazione della relazione accompagnatoria all’istanza di adesione alla procedura di collaborazione volontaria.

Ovviamente, il ruolo dell’intermediario assume rilievo altresì in riferimento al rimpatrio giuridico delle attività detenute all’estero – imponendosi al contribuente la stipula di un contratto di mandato fiduciario per l’affidamento dei cespiti oggetto d’emersione, onde poter ritualmente usufruire dei benefici sanzionatori previsti dalla vd2 -.

Senza infine sottacere come – in assenza di una formale adesione alla procedura di vd2 – l’intermediario finanziario sia astrattamente passibile di un’imputazione, a titolo di concorso con il contribuente, per il reato di auto/riciclaggio ex art. 648 ter C.p. volto a sanzionare chiunque, avendo commesso o concorso a commettere un delitto non colposo (vieppiù di natura fiscale ex D. Lvo n. 74/2000), sostituisca, trasferisca o comunque impieghi denaro, beni o altre utilità, in attività economiche o finanziarie, in modo da ostacolarne concretamente l’identificazione della provenienza illecita.

In consimili ipotesi, la responsabilità per l’ipotesi delittuosa di auto/riciclaggio è dunque astrattamente imputabile – non solo – a carico del singolo contribuente – bensì – anche nei confronti dei consulenti o professionisti che lo hanno assistito nell’operazione di occultamento di fondi neri all’estero o in Italia, con applicazione di sanzioni penali peraltro aggravate in capo all’intermediario finanziario ove il reato presupposto sia di natura fiscale ai sensi dell’art. 13 bis del D. Lvo 74/2000.

Per l’effetto, l’adesione alla procedura di collaborazione volontaria sembra – allo stato – rappresentare ancora una volta l’ultimo viatico percorribile per escludere pro futuro in capo al contribuente profili di penale responsabilità a titolo di auto/riciclaggio ex art. 648 ter 1 C.p. – per l’eventuale immissione in attività economiche e finanziarie di cespiti derivanti da reati tributari ex D. Lvo 2000/74, ovvero, formati e detenuti in territorio estero in spregio agli obblighi dichiarativi sottesi al quadro RW -.

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Kent-Wang1 mod

I FINANZIAMENTI INTERINALI EX ART. 182 quinquies LEGGE FALLIMENTARE

Il Legislatore ha chiarito definitivamente che il debitore, durante la fase del concordato “in bianco”, può chiedere al Tribunale di essere autorizzato a contrarre finanziamenti prededucibili ai sensi dell’articolo 111 legge. fall., senza la necessità di depositare né il piano, né la proposta di concordato essendo sufficiente, sotto il profilo documentale, l’attestazione dell’esperto.

E’ stato previsto che, in pendenza di un concordato “in bianco”, di un giudizio di omologazione di accordo di ristrutturazione ovvero di una proposta di accordo di ristrutturazione ai sensi dell’art. 182-bis, sesto comma, legge fall., il debitore possa chiedere di essere autorizzato a contrarre finanziamenti prededucibili “funzionali ad urgenti necessità relative all’esercizio dell’attività aziendale” sino al termine di tali procedimenti.

Detti finanziamenti paiono distinguersi da quelli di cui al primo comma per il fatto di non poter essere autorizzati in pendenza di una domanda di concordato definitiva, di essere necessariamente connessi alla prosecuzione dell’attività di impresa, e che, per la loro concessione, è sufficiente per il debitore esplicitare nel ricorso la destinazione dei finanziamenti, l’impossibilità di reperire mezzi aliunde e la precisazione che, in assenza di essi, deriverebbe un pregiudizio imminente ed irreparabile all’azienda.

Pare di particolare rilievo la precisazione contenuta nell’ultimo periodo del comma 2-bis, nel quale si precisa che la richiesta ex art. 182-quinquies può avere ad oggetto anche il mantenimento di linee di credito autoliquidanti in essere al momento del deposito della domanda, si pone in contrasto con la circostanza che, trattandosi di contratti pendenti, essi non sono in alcun modo incisi dal deposito del ricorso prenotativo ex art. 161, comma 6, l.fall. e sono soggetti ad ordinaria prosecuzione.